sabato 24 settembre 2011

SUL FOTOVOLTAICO E SULLE ENERGIE RINNOVABILI


Un utile esempio di come le dinamiche necessitino di essere comprese, orientate e gestite, al fine di generare crescita e progresso liberi da contraddizioni e criticità, è quello relativo alle energie rinnovabili, con un particolare riferimento all’eolico ed al fotovoltaico.
Temi assai attuali che sarebbe fin troppo facile inquadrare entro una logica modernista, futurista e “marinettiana”, intessendo elogi sperticati di sincera ammirazione verso le nuove forme metalliche, tecnologiche e moderne, totem del progresso, monumenti al futuro.
Già mi vedo intento a declamare versi scomposti, disarticolati, ma solidi ed efficaci nel celebrare le meraviglie delle nuove forme dell’energia pulita: roteare ronzante di enormi braccia spinte dalla forza del vento, come eserciti di soldati amici in formazione sui crinali delle colline all’orizzonte, a vegliare su una nera distesa di fondovalle a disegnare un paesaggio di silicio ed energia pura. Monumenti a celebrazione della dinamica, dell’energia, della scienza, della modernità e del progresso!
Sono autenticamente convinto della necessità di rivolgersi alle energie rinnovabili, e ho seriamente guardato all’ipotesi di una rievocazione ‘marinettiana’ di apologia della modernità, quale facile scorciatoia per una efficace presa di posizione, che rischiava però di discostarsi troppo da un più problematico,  approfondito, onesto, approccio Edenamista!
Ho quindi privilegiato ai facili ardori la strada tortuosa e spesso controversa dell’analisi basata sullo sviluppo per tesi opposte, cara all’Edenamismo.  
Come tutte le politiche complesse, anche quella di investire convintamente sulle energie alternative, non è priva di contraddizioni e di criticità, tra cui ad esempio, l’uso massiccio di prodotti potenzialmente inquinanti nella produzione dei pannelli fotovoltaici, piuttosto che lo scempio paesaggistico che una diffusione incondizionata di pale eoliche, piuttosto che degli stessi pannelli, produrrebbe; e sta già in parte producendo dopo pochissimi anni di vasto impiego di tali tecnologie.
Orientare le dinamiche in corso! Cogliere gli aspetti utili e innovativi  delle energie rinnovabili AGENDO per limitarne le ricadute più deteriori, è il fondamento dell’approccio dualistico complesso proposto dall’Edenamismo. Attraverso tele approccio si tenta di uscire dal problema attraverso sicure risposte corroborate da dati conoscitivi analitici, al di fuori della logica dei facili slogan ad effetto che risulta certamente più appassionante, in quanto divide il mondo in favorevoli e contrari, pur senza giungere mai ad una soluzione condivisa.
Siamo quindi giunti ad un bivio che ci comporta la necessità di sviluppare due tipi di argomentazioni:
quale linguaggio utilizzare per dare grinta ad un approccio che, in quanto analitico, rischia di apparire troppo paludato e poco coinvolgente;
come sviluppare il tema delle energie rinnovabili, arrivando ad articolare una chiara presa di posizione.

Il primo tema è una vera sfida, e su questa sfida si gioca gran parte dell’appeal che l’Edenamismo piò conquistarsi verso l’esterno. Indipendentemente dall’approccio utilizzato, appare quanto mai necessario arrivare a suscitare interesse attraverso la provocazione e la polemica, che non siano fine a se stesse, ma che inneschino la voglia di conoscere e di approfondire. E in questo ci viene in auto la componente Dinamica dell’Edenamismo che, per sua natura, incarna la fase, anche controversa, della ricerca e dell’esplorazione. Diamo quindi voce alla Dinamica, enfatizzando la prolusione per tesi contrapposte! Animiamo il dibattito e così facendo diamo il via alla ricerca della sintesi! Se quanto asserito fino ad ora ha un fondamento di ragione, il percorso analitico e dialettico  condurrà ad una sintesi finale, convincente e condivisa, che rappresenti l’Eden del discorso stesso. Non ci resta quindi che entrare a piè pari in argomento …


PAESAGGI, PANNELLI E …. PALE
di Luca Bertagnon

Paese di sole, di vento e di mare, ma anche Paese di cultura, storia e paesaggio. Una cultura dimenticata, sottostimata, spesso abbandonata, un paesaggio violato, scempiato, costruito e imbruttito dalla speculazione. Si costruisce ovunque: quartieri, periferie, villaggi, e ancora, infilate di capannoni, raccordi autostradali, centri commerciali; il tutto in maniera apparentemente casuale e confusa, senza una logica estetica ed urbanistica, ma sempre nel rispetto dei diktat del mercato, della rendita, degli affari e della speculazione.
Normale! … Normale? Certo tutto assolutamente normale: normale l’assuefazione ad un certo modello di sviluppo, normale il convincimento di non poter incidere efficacemente su questo stato di cose, normale anche il senso di impotenza di fronte all’incessante colonizzazione del cemento, continua, inarrestabile, proteva. Ed ecco che tutta questa assuefazione, questa normalità, questa supina benevola accettazione nei confronti della cementificazione trova una tardiva forma di redenzione nell’accanimento e nei processi alle intenzioni quando si parla di ‘parchi eolici o fotovoltaici’. Lo stesso puerile escamotage di rendere più ‘digeribili’ gli impianti per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, definendoli appunto ‘PARCHI’, la dice lunga sull’ostilità con cui sono visti tali interventi, più ancora da amministratori pubblici e da addetti del settore (uffici tecnici, commissioni edilizie e del paesaggio – correi dello scempio urbanistico in atto) che non dai cittadini.
Ma come! … Non ci hanno raccontato fino alla nausea che il petrolio inquina e che ormai è un’energia del passato, ambientalmente insostenibile rispetto agli standard attuali?  Non si sono profusi (ambientalisti, antagonisti, scienziati ‘responsabili’, ecc..) ,ormai da decenni, in una guerra senza tregua al nucleare, troppo pericoloso, incontrollabile, generatore di scorie e di problemi gestionali che avremmo lasciato per secoli e secoli in eredità ai nostri discendenti; sostenendo che il futuro viene dal sole?
Ebbene, dopo esserci coperti il capo di cenere per il fatto, paese di sole di vento e di mare, di essere il fanalino di coda in tema di sfruttamento di energie ‘pulite’; dopo gli incentivi governativi per la diffusione, anche casalinga, parcellizzata e diffusa delle tecnologie per la cattura delle energie rinnovabili; dopo le deroghe per consentire la realizzazione di impianti senza subire il muro di gomma della burocrazia; … quando finalmente i cittadini hanno cominciato a cogliere l’opportunità degli incentivi ed a convincersi dei vantaggi di vivere nel paese del sole, del vento e del mare … allora sì, ci siamo ricordati della cultura, della storia, del nostro incredibile paesaggio italiano! Che incredibile capacità queste energie rinnovabili: aprirci gli occhi sullo scempio urbanistico e paesaggistico in atto nel nostro Paese! Non era cosa facile, ed evidentemente potevano riuscirci solo queste bizzarre forme di energia pulita, forse troppo pulita per i nostri parametri, tale da scombussolare assuefazioni e certezze. Un solo rammarico: che la spada di Damocle del paesaggio e  della cultura sia rivolta esclusivamente al silicio dei pannelli ed a quelle inguardabili pale eoliche, dimenticandosi del cemento, che  continua la propria avanzata silenziosa in tutte le direzioni.
Apriamo gli occhi e facciamo un passo avanti in chiave Edenamista: in un caso come questo non vi è nulla da mediare, non vi sono istanze contrapposte da far dialogare, c’è solo la necessità di essere coerenti riconoscendo, da un lato, la necessità di innovare anche e soprattutto in tema di approvvigionamento energetico e, contestualmente, di rispettare ambiente, architettura e paesaggio. Due opzioni inconciliabili? Solo nel momento in cui ogni scelta è subordinato al guadagno, alla forza del capitale, alla spinta del denaro! Rispetto non vuol dire negazione dei problemi e fuga dalle responsabilità sul binario morto dell’inedia del non fare. Rispetto significa progetto, studio, innovazione, superamento degli schemi preconcetti e delle rigidità che ci assediano. Il paesaggio in particolare è il risultato di scelte compositive e costruttive, formali ed estetiche. L’imperativo deve essere quello di costruire e reinterpretare il paesaggio con gli elementi della modernità: con i pannelli neri in celle di silicio e con le maestose ed ingombranti pale eoliche. Come in altri contesti si apprezza lo skyline di torri e grattacieli, allo stesso modo si può arrivare a riconsiderare uno scorcio o una veduta valorizzata dalla presenza di un impianto eolico; come arriviamo ad apprezzare mirabili esempi di archeologia industriale, possiamo pensare di entusiasmarci per un moderno incedere di filari di neri pannelli, con le loro danze di riverberi di luce, le loro cangianze e quell’effetto metallico ed altamente tecnologico di cui sono fieri portatori.
Una concezione nuova di paesaggio, un’evoluzione del senso estetico che non può essere  delegata ad altri se non a noi Architetti, che dobbiamo redimerci dall’imperdonabile colpa di esserci inchinati al capitale, anche a costo di abdicare alla qualità pur di celebrare il profitto.
Qualsiasi trasformazione porta con se rischi e contraddizioni, che possono essere affrontate e superate solo entro la dimensione della sperimentazione attenta e del Progetto. Solo recuperando convintamente il valore dell’approfondimento dell’analisi e dell’idea, si può superare il preconcetto che gran parte delle trasformazioni territoriali approdi a pessimi risultati, con l’insorgere di sempre nuovi ed imprevisti problemi. La propensione a progettare non è venuta meno tra i professionisti italiani, anche se è costantemente mortificata da una committenza, sia pubblica che privata, che sembra non essere in grado di cogliere la dimensione formale ed estetica del progetto, svilito al ruolo improprio di strumento volto al superamento del labirinto della burocrazia.
Raccogliamo quindi la sfida delle energie alternative, reimpadroniamoci della dimensione, che ci è propria, della qualità e della forma, torniamo a giudicare, a valutare, a promuovere o bocciare, in funzione del risultato estetico raggiunto e non in ossequio ad un astratto ‘diritto’ a poter fare qualsiasi schifezza immaginabile. Così facendo eviteremo i processi alle intenzioni, pronunciandoci, ed indignandoci se necessario, sulla sostanza del progetto, sui suoi reali impatti e sulle ripercussioni al contorno.
Ma prima di concludere questa prolusione, mi voglio concedere un ultimo sfogo sul controverso tema del fotovoltaico in aree agricole: laddove non siamo più capaci di dare una valenza economica all’agricoltura, sempre più rivolta ad attività di nicchia, a riserva indiana di una tradizione con radici sempre più profonde e lontane, piuttosto che vedere avanzare l’incolto, lasciamo spazio ai nuovi filari di silicio, ai parchi dinamici del vento, veri baluardi contro le metastasi in cemento che, queste sì, irreversibili, si mangiano metro dopo metro, lo spazio vitale del nostro territorio!




venerdì 9 settembre 2011

SUGLI ARCHITETTI, SULLA PROFESSIONE … E SUGLI ORDINI


E’ da qualche tempo ormai che rifletto su come condurre una convincente ed esaustiva difesa corporativa e di retroguardia, a favore della ‘casta’ degli Architetti liberi professionisti, in chiave Edenamista (per informazioni ed approfondimenti sull’Edenamismo http://edenamismo.blogspot.com/). Sì …, perché l’argomentare appassionato su temi cari all’Edenamismo come qualità architettonica e primato del progetto, nell’attuale società fondata sui valori del capitale del profitto, rischia di essere percepito come un esercizio retorico e astratto che trova una spiegazione plausibile e di comodo nella solita difesa corporativa e di casta di noi Architetti.
Sono proprio gli Architetti, del resto, a farsi promotori, almeno nell’ambito del dibattito teorico e disciplinare, del tema della qualità architettonica, incarnandolo in se stessi e nella propria professione, al punto da  postulare l’equazione: Architetti = Qualità. Ne scende che se questa categoria professionale ha tanto a cuore la buona architettura, per incoraggiare realizzazioni di pregio nel nostro Paese è indispensabile difendere le prerogative e lo status degli Architetti italiani.
Sul fatto che lo stimolo e la ricerca del bello si alimentino in larga parte dal dibattito disciplinare ed estetico interno alla categoria non vi è dubbio: la stessa proposta di legge sulla qualità architettonica del 2008, approvata in Consiglio dei Ministri, ora all’esame delle Commissioni,  è stata elaborata con il concorso ed il contributo del Consiglio Nazionale Architetti, e a tutt’oggi si sprecano gli appelli e le prese di posizione degli Ordini Provinciali per restituire un ruolo centrale ai concorsi di architettura ed alle selezioni fondate su idee e su proposte innovative piuttosto che sul solo costo di realizzazione e sulle aspettative di guadagno di una certa opera (o meglio di una certa operazione, intesa nell’accezione distorta di operazione immobiliare/economica quando non addirittura speculativa).
E’ altrettanto vero però che troppo spesso gli Architetti per primi si sono spogliati dei panni di paladini della buona architettura, per adeguarsi supinamente al ruolo richiesto loro dalle logiche del mercato e del guadagno, che sempre più raramente prevedono standard qualitativi e prestazionali all’altezza del più evoluto dibattito estetico e dell’innovazione tecnologica raggiunta.
Essere Architetti quindi non presuppone una propensione innata ad interpretare sempre e comunque un modo di lavorare e di progettare finalizzato al raggiungimento del massimo valore e del miglior pregio in architettura; di contro il capitalismo finanziario, come qualsiasi potere dominante giunto al culmine della parabola ascendente, si celebra attraverso l’immagine e la forma, tanto più riconoscibile quanto più innovativa e originale, assumendo così il ruolo di mecenate verso il perseguimento di una eccellenza di nicchia a scopo celebrativo.
Si vede quindi come non sia sostenibile un ragionamento che affronti tematiche tanto delicate e complesse come la buona architettura ed il rapporto con la condizione professionale dei progettisti, basato su stereotipi e assunti ideologici  preconfezionati e come sia necessario distinguere nettamente il tema dell’architettura e del bello dalle rivendicazioni, pur lecite e condivisibili, sulla professione, in modo da disarticolare il legame, falso, che induce a svilire le giuste richieste tese a promuovere un’architettura migliore, alla stregua di una strenua difesa di privilegi e prerogative della categoria degli Architetti.
Distinguere per evitare confusioni e non cadere nella strumentalizzazione dei luoghi comuni, ma certamente non per negare un rapporto, una stretta correlazione tra condizione professionale degli Architetti, logica utilitaristica dominante e riflessi su quanto viene realizzato, che possiamo definire architettura, edilizia, ecomostro, … ma che è il frutto percepibile che più interessa tutti noi, in quanto interferisce con la nostra quotidianità, si impone al nostro sguardo e stimola il nostro giudizio, plasma i modi di vita ed il carattere di chi vi abita.
In una prospettiva Edenamista siamo convinti vi sia bisogno di un salto di qualità rispetto all’uso del territorio, dello spazio, della produzione edilizia e architettonica ed il nostro obiettivo, al di fuori della provocazione iniziale, è quello di indagare le cause che frenano tale auspicata impennata e che non sono tutte da attribuirsi alla preparazione e all’inadeguatezza dei progettisti, ma a motivazioni più strutturali e profonde che vedono gli Architetti più come vittime che come artefici di tale situazione.
Si legge nella sintesi giornalistica al convegno “Ingegneri e architetti nel progetto della città futura” che si è svolto nel prestigioso spazio del Teatro dell’Arsenale in occasione della decima mostra internazionale di Architettura di Venezia:
 “Il convegno si proponeva anche di indagare le contraddizioni che coinvolgono oggi molta parte dell’architettura, sempre più spesso portata a rispondere ai dettami commerciali dell’immagine, della velocità di realizzazione e del profitto, a scapito della qualità architettonica e del ruolo della progettazione nei processi di sviluppo e riqualificazione dell’ambiente urbano”.
Roberta Torre (1) sul Fatto Quotidiano approfondisce il rapporto tra are e profitto e si chiede: “Perché l’arte continua a essere slegata dal profitto? La Bellezza ci consola e nel Rinascimento l’artista esisteva grazie al suo mecenate che comprendeva il valore del talento e lo quantificava economicamente. In quest’epoca, in quest’Italia il teatro, il cinema che non sia solo intrattenimento e la cultura in generale sono relegate a ruolo di grandi scocciatrici per cui nessuno intende investire, un progetto che contenga la parola arte in sé odora già di miseria, buco nero in cui riversare pochi spiccioli.
In chiave diametralmente opposta l’osservazione di Natalino Balasso (2) che osserva: "Quando si parla dei tagli alla cultura tutti si premurano di dimostrare che la cultura porta profitto, ma perché? Ma chi l’ha detto che tutto deve portare profitto, quando sappiamo che non è vero? Perché la missione in Afghanistan non porta profitto, il Ponte sullo Stretto non porterebbe profitto, ormai persino l’alta velocità porterebbe ben poco profitto, perché proprio la cultura dovrebbe essere obbligata a portare profitto?"
Mentre Alberto Zacchè (3) va  direttamente al cuore del problema quando afferma:” La dinamica della crisi finanziaria e poi economica condiziona pesantemente il settore delle costruzioni: non solo perché alla base della crisi c’è l’evidenza della speculazione immobiliare, o perché questo incide sul basilare ruolo che il credito ha giocato e gioca nel processo edilizio, ma perché incide su una domanda già in flessione, riducendo la capacità di spesa e d’investimento di famiglie ed operatori, minando il clima di fiducia.     I valori espressi dalla nostre costruzioni non corrispondono certo ad una qualità architettonica ed urbanistica diffusa, anzi esistono troppi volumi costruiti e male, soprattutto dal punto di vista del risparmio energetico: è fondamentale fare un piano di monitoraggio dell’ambiente costruito finalizzato al recupero del mal costruito e all’abbattimento degli edifici dove possibile; anche le normative dovrebbero prevedere incentivi in merito.
Credo stia prendendo sempre più forma una volontà popolare che indica una nuova misura del valore, figlia della qualità e non più della quantità che può migliorare le condizioni di vita di tutti e soprattutto dei meno abbienti.
Da questi esempi, di origine ed estrazione molto diversa, si percepisce la comune convinzione di una netta divergenza, al giorno d’oggi, tra logiche economiche e cultura, con una conseguente inevitabile subalternità del mondo dell’architettura e delle costruzioni alle esigenze del massimo guadagno piuttosto che alle istanze estetiche e formali. Il successo dell’operazione messa in campo dal sistema di potere finanziario sta proprio nell’essere riusciti a marginalizzare una propensione alla ricerca ed alla qualità diffusa, in ossequio alla standardizzazione verso il basso funzionale al massimo profitto, concentrando il tributo alla ricerca e all’innovazione su alcuni singoli interventi, altamente evocativi, che fungano da esempio e mostrino le estreme potenzialità del sistema.
La City di Londra, cuore pulsante del sistema capitalistico finanziario contemporaneo, ha dato mano libera agli architetti del 21esimo secolo che hanno potuto manifestare il loro talento senza timori o limiti imposti. Il risultato della concretizzazione delle loro idee allo stato puro, ha creato un ambiente estroverso ed armonico che coniuga straordinariamente edifici storici e contemporanei, tra i quali ricordiamo:
 The 'Gherkin', ha riproporzionato la siluette di tutta Londra con l'audace forma che mette in evidenza l'impressionante brulicame dell'epicentro di Londra.
Completato nel 2004, Altezza 590 ft (circa 200 metri), progetto dell’Architetto: Norman Foster
Norman Foster a parte (che come tutto il gruppo degli Architetti di serie “A” che potremmo definire ‘celebrativi’ e che hanno trovato una loro dimensione espressiva e professionale), dove collocare la gran massa di piccoli progettisti libero professionisti in questo quadro poco incoraggiante per la categorie nel suo insieme? Semplicemente … AI MARGINI ..! Per quanto supini ed accondiscendenti continuo a vedere gli Architetti che lavorano in proprio come soggetti troppo liberi, troppo autonomi ed orgogliosi, anarchici e polemici per diventare solidalmente organici al sistema fondato sul capitale e sulla rendita. Il modello italiano, in particolare, ricco di una miriade di piccoli professionisti, ognuno dotato di straordinarie competenze e capacità, si distingue dal livellamento europeo che è riuscito ad espellere dal mercato le micro realtà; in Italia, i professionisti singoli resistono, progressivamente marginalizzati, ma fortemente determinati a resistere.
Con l’arma della burocrazia, dei regolamenti, della proliferazione normativa, con il diversivo dei sistemi e degli standard di qualità, gli Architetti vengono quotidianamente distolti dal proprio lavoro di progettisti ed ideatori e forzosamente indirizzati verso sfere di competenza estranee alla loro formazione e per le quali non sono sufficientemente preparati e orientati; tutto a scapito del livello della progettazione.
Ma la marginalizzazione degli Architetti e delle professioni tecniche, in atto da decenni, non basta più; si assiste alla determinata volontà di alzare il tiro sui ‘resistenti’, additandoli come fautori di un anacronistico sistema protezionistico e nepotista. Tale accusa trova un fin troppo facile bersaglio nel sistema ordinistico che regola le professioni.
Perché questa rinnovata recrudescenza nei confronti dei professionisti e soprattutto perché proprio attraverso l’eliminazione degli Ordini?
Non possiamo dimenticare che i ‘resistenti’ rappresentano un cospicuo numero e, conseguentemente, un potenziale interessantissimo mercato. Il trend di ‘imbarbarimento burocratico’ genera falsi standard di riferimento ed un’anomala proliferazione delle procedure riuscendo, da un lato a svilire il ruolo di progettisti, trasformandoli in tecnici burocrati e contestualmente a generare nuovi bisogni. Temi quali la gestione fiscale piuttosto che assicurativa dello studio, l’accesso al credito, la sicurezza, la privacy, l’aggiornamento alle norme ed alle procedure che l’apparato burocratico sforna con generosità, alimenta un mercato che trova proprio nei professionisti dei formidabili fruitori. Come rinunciare a questa fetta così succulenta di mercato? Come è possibile lasciare che le categorie professionali si autodeterminino e pensino in proprio, e secondo le proprie esigenze ed i propri parametri, al soddisfacimento dei propri bisogni? Come dare il colpo di grazia alle velleità degli Architetti di organizzare corsi e strutturare servizi, consulenze, cooperative e consorzi per far fronte alle richieste della burocrazia e dell’Europa? Semplicemente demolendo l’unica forma di ‘rappresentanza’ che i professionisti, per mero obbligo di legge, si trovano, spesso con fastidio, a dover riconoscere: gli Ordini!
Spazzare via gli Ordini significherebbe annientare definitivamente la residua possibilità per la nostra categoria di fare sistema, di alimentare una rete di contatti, di proporsi con un’unica voce, di provare ad organizzarsi in chiave più moderna ed efficiente nell’offerta di reali supporti e di utili servizi agli iscritti. 
Spazzare via gli Ordini vorrebbe dire infierire con il colpo decisivo sul mondo delle libere professioni in Italia e, non a caso, a dimostrazione dell’importanza di questa partita per il sistema confindustriale e finanziario, si è tentata la carta estrema del Pacchetto anti crisi.
Anche attraverso gli Ordini gli Architetti devono ritrovare una propria autonoma ed indipendente dimensione professionale, dimostrando la maturità di essere in grado di costruire un sistema di solidarietà e di garanzie e servizi reciproci ce consentano di gestire al meglio la possente mole di adempimenti burocratici che affliggono la categoria degli architetti, per dare libero sfogo a quelle indispensabili risorse intellettuali che fungano da stimolo alla ricerca ed alla sperimentazione, al fine di elevare il livello qualitativo del progetto e conseguentemente di quanto effettivamente realizzato.

Luca Bertagnon

PER UN’ETICA DELLA RESPONSABILITA’


PER UN’ETICA DELLA RESPONSABILITA’
Di Luca Bertagnon

Interpretare il nostro ruolo di architetti, e quindi di intellettuali, nell’ambito delle tematiche della sicurezza sul lavoro, ci impone lo sforzo di svincolarci dalle logiche tecnicistiche e burocratiche che sembrano monopolizzare il dibattito su questi come su molti altri temi, per riappropriarci della sostanza, dell’ETICA che sta alla base di un argomento che ha implicazioni sulla persona e sulla società come appunto la sicurezza.
Il tema della sicurezza e nello specifico quello della sicurezza sul lavoro, riguarda la percezione che l’individuo ha del pericolo, il suo rapporto con l’azione, più o meno ripetitiva, del lavoro quotidiano in relazione ai rischi connessi con l’esecuzione di tali azioni, riguarda quindi innanzitutto i modi di lavorare, di approcciarsi al lavoro, riguarda la cultura, la permeabilità, la disponibilità, l’attenzione, la prudenza o la spavalderia di ogni singolo individuo lavoratore.
A volte il problema sembra ridursi al fatto di avere o non avere messo il lavoratore nelle condizioni di svolgere un lavoro in sicurezza, garantendogli condizioni di lavoro adeguate, strumentazioni sicure e garantite, dispositivi per la propria incolumità e la salvaguardia contro le dosi di rischio non eliminabili. E questo in moltissime situazioni, quotidianamente riscontrabili, sarebbe già un grande risultato; nella realtà l’obiettivo di fondo, in una logica EDENAMISTA della società (Il termine EDENAMISTA deriva dal concetto di EDENAMISMO: corrente culturale/artistica contemporanea che si esprime attraverso il perseguimento di un equilibro tra le istanze di modernità, progresso, agiatezza e profitto con le esigenze estetiche, culturali, di sperimentazione ed esplorazione, insite nell’individuo, al fine del perseguimento di un benessere sociale diffuso garantito dalla capacità di rispondere ai bisogni materiali e alle esigenze interiori e più profonde dell’uomo che si esaltano nella pace, nella bellezza, nella tensione verso l’ideale. E’ l’eterna ricerca dell’EDEN perduto che si esprime nella tensione DINAMICA verso la prosperità e la bellezza quali estreme sintesi per un reale appagamento, beatitudine, energia e voluttà), dovrebbe essere quello di arrivare a conoscere ed approfondire i meccanismi di pensiero e di azione dell’individuo per comprenderne i punti di vulnerabilità e poter in tal modo agire su questi aspetti specifici per un’azione che sia quanto più incisiva ed efficace possibile.
E’ riduttivo affrontare, da tecnici, il tema della sicurezza sul lavoro nell’ottica dello scarico di responsabilità e nella logica di avere adempiuto correttamente a degli obblighi formali di legge. Questa può essere niente di più che la dimensione del ‘tecnico burocrate’ che nulla ha a che vedere con la consapevolezza del nostro ruolo di intellettuali  e con la volontà di adempiere fino in fondo al nostro ruolo. Da intellettuali, da pensatori, da progettisti che hanno la necessità di conoscere le persone, di entrare nei pensieri degli individui per comprenderli, per orientarne i gusti, per rispondere alle intime esigenze del vivere dell’abitare dell’interpretare gli spazi di relazione, non possiamo accontentarci di applicare pedissequamente delle fredde e riduttive regole normative, di per sé carenti se non correttamente applicate ed interpretate. Il nostro compito è quello di non tanto di applicare bene una regola, ma di arrivare all’obbiettivo! Al pari dell’atto creativo progettuale, dove le regole a volte ci appaiono come una limitazione o un vincolo ad una libera espressività, anche affrontando temi etici come la sicurezza, lo scopo dovrebbe essere quello di raggiungere un traguardo, di raggiungerlo con fantasia e creATTIVITA’, di rispettare le regole e le norme, pur con l’ardore di superarle, di interpretarle, di forzarle, verso un obiettivo più alto, più garantito e in assoluto più performante.
Questo approccio ci divide dai tecnici, e rappresenta un solco profondo tra due mondi che sembrano contigui, a volte sovrapponibili, del tecnico e dell’intellettuale, che deriva  da una formazione differente, da differenti sensibilità, da una preparazione e da modi di operare profondamente distinti. Applicare pedissequamente delle regole e progettare modalità operative in funzione di obiettivi ambiziosi, sono approcci profondamente diversi che noi, come architetti, tendiamo a rimarcare in particolare di fronte all’atto progettuale e che tendiamo invece a dimenticare quando trattiamo di sicurezza. Giovani di questi temi, privi di una formazione specifica, di una memoria generazionale specifica su aspetti sociali come quello della sicurezza sul lavoro, tendiamo ad interpretare il nostro ruolo in modo riduttivo, facendoci sopraffare dalle logiche fredde ed impersonali, anche se spesso molto più comode, di un approccio burocratico e didascalico. Ciò che non tollereremmo come progettisti dello spazio e dell’abitare, disposti a forzare ed interpretare le regole ai nostri scopi e ai nostri traguardi ideali di resa ed interpretazione dello spazio, lo subiamo supinamente quando ‘progettiamo’ la sicurezza di un cantiere o quando ‘progettiamo’ un luogo di lavoro. E’ proprio in questa sottile ma determinante discriminazione che si incunea l’EDENAMISMO propugnando un’autentica etica della responsabilità degli architetti ed in generale dei professionisti che si occupando di sicurezza. Non un’etica dei principi (Gesinnungsethik) - o etica delle intenzioni o delle convinzioni, che fa riferimento a principi assoluti assunti a prescindere dalle conseguenze a cui essi conducono, ma appunto etica della responsabilità (Verantwortungsethik), ovvero quando si bada al rapporto mezzi/fini e alle conseguenze. Senza assumere princìpi assoluti, l’etica della responsabilità agisce tenendo sempre presenti le conseguenza del suo agire: è proprio guardando a tali conseguenze che essa agisce. L’etica della responsabilità, coerentemente con la teoria filosofica weberiana, è indissolubilmente connessa alla politica, proprio perché non perde mai di vista, assumendole a guida, le conseguenze dell’agire.
In un’ottica EDENAMISTA di armonico sviluppo della società, di autentico benessere, di qualità della vita, all’esaltazione della tecnologia, della ricerca spaziale, del benessere dato dalla cura del paesaggio e delle città, non può mancare la spinta verso temi ETICI di medesima natura sociale e collettiva quali la garanzia di sicurezza, il benessere sui luoghi di lavoro, la produttività all’insegna della qualità della vita e non la vita al servizio della produttività.
Per l’intellettuale progettista, il tema del benessere urbano, abitativo, spaziale, deve avere la stessa dignità della ricerca di un analogo benessere attraverso la garanzia di una reale qualità nel lavoro e del raggiungimento di efficaci standard di sicurezza.
Il livello di progettualità della sicurezza va quindi dimensionato non sulla capacità di applicare regole già scritte ma su obiettivi di progetto che sono non solo e non tanto l’assenza di incidenti e di infortuni, ma il raggiungimento di livelli di qualità nel lavoro, di coscienza e di consapevolezza da parte del lavoratore, tali da garantire standard elevati anche nell’atto costruttivo edificatorio e non solamente nel momento in cui la costruzione è terminata e si propone con le proprie frutto della ricerca, delle scelte estetiche e formali del progettista che l’ha ideata.
E qui, da ultimo, entriamo nella ‘terra di mezzo’, in quel territorio dimenticato, o al meglio sottovalutato, nel quale i due mondi del progetto formale e della sicurezza entrano direttamente in contatto, nel quale progettista architettonico e progettista della sicurezza si fondono, si completano, configgono. E’ l’ambito operativo più delicato e complesso proprio a causa della sovrapposizione dei ruoli: quello del progetto IN SICUREZZA, da non confondere con il progetto DELLA SICUREZZA appena trattato. Progettare IN SICUREZZA non significa unicamente trattare delle linee vita o dei corredi per le banali manutenzioni quali la pulizia dei vetri di un grattacielo di cristallo o programmare la tempistica per le manutenzioni indispensabili su delicati apparati deperibili; si tratta, più ampiamente, dell’interpretazione dello spazio, delle azioni dell’abitare e dell’intervenire sull’edificio evitando il più possibile rischi, per i fruitori e per i manutentori. Anche in questo caso non manca il corredo di regole e regolette che ci garantiscono su questo versante. L’approccio EDENAMISTA è proprio quello che, meglio di altri, interpreta la capacità e la volontà di regolare i rapporti in questa ‘terra di mezzo’ ricordando l’importanza delle suggestioni architettoniche e spaziali senza dimenticare, in un’ottica di complessità per il benessere e di interdisciplinarietà per la qualità, aspetti legati alla vivibilità, alla sostenibilità energetica, alla sicurezza. EDENAMISMO quindi, come  GOVERNO DELLA COMPLESSITA’ che, come tale, trova la sua massima espressione nei territori di confine tra etica della responsabilità, estetica, tecnologia e progresso.
Alla base di tutto è la cultura, la disponibilità ad approcciarsi alla complessità, che genera consapevolezza del proprio ruolo e detta gli obiettivi. Da qui il progettista con le armi della conoscenza, della propria professionalità, con le conquiste della tecnologia e del progresso, è in grado di proporre la sintesi necessaria a garantire la massima qualità possibile.
Quello che manca troppo spesso è proprio la disponibilità, che fa venire meno la consapevolezza del ruolo. E qui mi riallaccio al tema introduttivo: consapevolezza del ruolo significa, progettando la sicurezza, disponibilità ad affrontare temi a non del tutto familiari come: la percezione che l’individuo ha del pericolo, il suo rapporto con l’azione del lavoro quotidiano, i modi di lavorare, di approcciarsi al lavoro, la cultura, la permeabilità, la disponibilità, l’attenzione, la prudenza o la spavalderia di ogni singolo individuo lavoratore.
Il progetto della sicurezza assume quindi la valenza di un lavoro etico che affronti, analizzi e si ponga criticamente ed intelligentemente di fronte all’individuo lavoratore, con le sue sensibilità, la sua cultura, le sue pulsioni e suoi desideri al pari di quello che, più abitualmente, si fa con il tradizionale interlocutore/cliente nell’affrontare il tema, assai delicato e personale, del progetto della casa di abitazione.