E’ da qualche tempo ormai che rifletto su
come condurre una convincente ed esaustiva difesa corporativa e di
retroguardia, a favore della ‘casta’ degli Architetti liberi professionisti, in
chiave Edenamista (per informazioni ed
approfondimenti sull’Edenamismo http://edenamismo.blogspot.com/). Sì …, perché l’argomentare appassionato
su temi cari all’Edenamismo come qualità architettonica e primato del progetto,
nell’attuale società fondata sui valori del capitale del profitto, rischia di
essere percepito come un esercizio retorico e astratto che trova una
spiegazione plausibile e di comodo nella solita difesa corporativa e di casta
di noi Architetti.
Sono proprio gli Architetti, del resto, a
farsi promotori, almeno nell’ambito del dibattito teorico e disciplinare, del
tema della qualità architettonica, incarnandolo in se stessi e nella propria
professione, al punto da postulare
l’equazione: Architetti = Qualità. Ne scende che se questa categoria
professionale ha tanto a cuore la buona architettura, per incoraggiare
realizzazioni di pregio nel nostro Paese è indispensabile difendere le
prerogative e lo status degli Architetti italiani.
Sul fatto che lo stimolo e la ricerca del
bello si alimentino in larga parte dal dibattito disciplinare ed estetico
interno alla categoria non vi è dubbio: la stessa proposta di legge sulla
qualità architettonica del 2008, approvata in Consiglio dei Ministri, ora
all’esame delle Commissioni, è stata
elaborata con il concorso ed il contributo del Consiglio Nazionale Architetti,
e a tutt’oggi si sprecano gli appelli e le prese di posizione degli Ordini
Provinciali per restituire un ruolo centrale ai concorsi di architettura ed
alle selezioni fondate su idee e su proposte innovative piuttosto che sul solo
costo di realizzazione e sulle aspettative di guadagno di una certa opera (o
meglio di una certa operazione, intesa nell’accezione distorta di operazione
immobiliare/economica quando non addirittura speculativa).
E’ altrettanto vero però che troppo spesso
gli Architetti per primi si sono spogliati dei panni di paladini della buona
architettura, per adeguarsi supinamente al ruolo richiesto loro dalle logiche
del mercato e del guadagno, che sempre più raramente prevedono standard
qualitativi e prestazionali all’altezza del più evoluto dibattito estetico e
dell’innovazione tecnologica raggiunta.
Essere Architetti quindi non presuppone una
propensione innata ad interpretare sempre e comunque un modo di lavorare e di
progettare finalizzato al raggiungimento del massimo valore e del miglior
pregio in architettura; di contro il capitalismo finanziario, come qualsiasi
potere dominante giunto al culmine della parabola ascendente, si celebra
attraverso l’immagine e la forma, tanto più riconoscibile quanto più innovativa
e originale, assumendo così il ruolo di mecenate verso il perseguimento di una eccellenza
di nicchia a scopo celebrativo.
Si vede quindi come non sia sostenibile un
ragionamento che affronti tematiche tanto delicate e complesse come la buona
architettura ed il rapporto con la condizione professionale dei progettisti,
basato su stereotipi e assunti ideologici
preconfezionati e come sia necessario distinguere nettamente il tema
dell’architettura e del bello dalle rivendicazioni, pur lecite e condivisibili,
sulla professione, in modo da disarticolare il legame, falso, che induce a
svilire le giuste richieste tese a promuovere un’architettura migliore, alla
stregua di una strenua difesa di privilegi e prerogative della categoria degli
Architetti.
Distinguere per evitare confusioni e non
cadere nella strumentalizzazione dei luoghi comuni, ma certamente non per
negare un rapporto, una stretta correlazione tra condizione professionale degli
Architetti, logica utilitaristica dominante e riflessi su quanto viene
realizzato, che possiamo definire architettura, edilizia, ecomostro, … ma che è
il frutto percepibile che più interessa tutti noi, in quanto interferisce con
la nostra quotidianità, si impone al nostro sguardo e stimola il nostro
giudizio, plasma i modi di vita ed il carattere di chi vi abita.
In una prospettiva Edenamista siamo
convinti vi sia bisogno di un salto di qualità rispetto all’uso del territorio,
dello spazio, della produzione edilizia e architettonica ed il nostro
obiettivo, al di fuori della provocazione iniziale, è quello di indagare le
cause che frenano tale auspicata impennata e che non sono tutte da attribuirsi
alla preparazione e all’inadeguatezza dei progettisti, ma a motivazioni più
strutturali e profonde che vedono gli Architetti più come vittime che come
artefici di tale situazione.
Si legge nella sintesi giornalistica al convegno
“Ingegneri e architetti nel progetto della città futura” che si è svolto nel
prestigioso spazio del Teatro dell’Arsenale in occasione della decima mostra
internazionale di Architettura di Venezia:
“Il convegno si proponeva anche di indagare le
contraddizioni che coinvolgono oggi molta parte dell’architettura, sempre più
spesso portata a rispondere ai dettami commerciali dell’immagine, della
velocità di realizzazione e del profitto, a scapito della qualità
architettonica e del ruolo della progettazione nei processi di sviluppo e
riqualificazione dell’ambiente urbano”.
Roberta Torre
(1) sul Fatto
Quotidiano approfondisce il rapporto tra are e profitto e si chiede: “Perché
l’arte continua a essere slegata dal profitto? La Bellezza ci consola e nel Rinascimento l’artista esisteva grazie
al suo mecenate che comprendeva il valore del talento e lo quantificava
economicamente. In quest’epoca, in quest’Italia il teatro, il cinema che non
sia solo intrattenimento e la cultura in generale sono relegate a ruolo di
grandi scocciatrici per cui nessuno intende investire, un progetto che contenga
la parola arte in sé odora già di miseria, buco nero in cui riversare pochi
spiccioli.”
In chiave diametralmente opposta
l’osservazione di Natalino Balasso (2) che osserva: "Quando si parla dei tagli alla cultura tutti si premurano di
dimostrare che la cultura porta profitto, ma perché? Ma chi l’ha detto che
tutto deve portare profitto, quando sappiamo che non è vero? Perché la missione
in Afghanistan non porta profitto, il Ponte sullo Stretto non porterebbe
profitto, ormai persino l’alta velocità porterebbe ben poco profitto, perché
proprio la cultura dovrebbe essere obbligata a portare profitto?"
Mentre Alberto Zacchè (3) va direttamente al cuore del problema quando
afferma:” La dinamica
della crisi finanziaria e poi economica condiziona
pesantemente il settore delle costruzioni: non solo perché alla base della
crisi c’è l’evidenza della speculazione
immobiliare, o perché questo incide sul basilare ruolo che il credito ha giocato e gioca nel
processo edilizio, ma perché incide su una domanda già in flessione, riducendo
la capacità di spesa e d’investimento di famiglie ed operatori, minando il
clima di fiducia. I valori espressi dalla nostre
costruzioni non corrispondono certo ad una qualità architettonica ed
urbanistica diffusa, anzi esistono troppi volumi costruiti e male, soprattutto
dal punto di vista del risparmio energetico: è fondamentale fare un piano di
monitoraggio dell’ambiente costruito finalizzato al recupero del mal costruito
e all’abbattimento degli edifici dove possibile; anche le normative dovrebbero
prevedere incentivi in merito.
Credo stia prendendo sempre più forma una
volontà popolare che indica una nuova
misura del valore, figlia della
qualità e non più della quantità che può migliorare le condizioni di
vita di tutti e soprattutto dei meno abbienti.”
Da questi
esempi, di origine ed estrazione molto diversa, si percepisce la comune
convinzione di una netta divergenza, al giorno d’oggi, tra logiche economiche e
cultura, con una conseguente inevitabile subalternità del mondo
dell’architettura e delle costruzioni alle esigenze del massimo guadagno
piuttosto che alle istanze estetiche e formali. Il successo dell’operazione messa in campo dal sistema di
potere finanziario sta proprio nell’essere riusciti a marginalizzare una propensione
alla ricerca ed alla qualità diffusa, in ossequio alla standardizzazione verso
il basso funzionale al massimo profitto, concentrando il tributo alla ricerca e
all’innovazione su alcuni singoli interventi, altamente evocativi, che fungano
da esempio e mostrino le estreme potenzialità del sistema.
La City di Londra, cuore pulsante del sistema capitalistico
finanziario contemporaneo, ha dato mano libera agli architetti del 21esimo
secolo che hanno potuto manifestare il loro talento senza timori o limiti
imposti. Il risultato della concretizzazione delle loro idee allo stato puro,
ha creato un ambiente estroverso ed armonico che coniuga straordinariamente
edifici storici e contemporanei, tra i quali ricordiamo:
Completato nel 2004, Altezza 590 ft (circa 200 metri), progetto
dell’Architetto: Norman Foster
Norman Foster a parte (che come tutto il gruppo degli Architetti di serie “A” che
potremmo definire ‘celebrativi’ e che hanno trovato una loro dimensione
espressiva e professionale),
dove collocare la gran massa di piccoli progettisti libero professionisti in
questo quadro poco incoraggiante per la categorie nel suo insieme?
Semplicemente … AI MARGINI ..! Per quanto supini ed accondiscendenti continuo a
vedere gli Architetti che lavorano in proprio come soggetti troppo liberi,
troppo autonomi ed orgogliosi, anarchici e polemici per diventare solidalmente organici
al sistema fondato sul capitale e sulla rendita. Il modello italiano, in
particolare, ricco di una miriade di piccoli professionisti, ognuno dotato di
straordinarie competenze e capacità, si distingue dal livellamento europeo che
è riuscito ad espellere dal mercato le micro realtà; in Italia, i
professionisti singoli resistono, progressivamente marginalizzati, ma
fortemente determinati a resistere.
Con l’arma della burocrazia, dei
regolamenti, della proliferazione normativa, con il diversivo dei sistemi e
degli standard di qualità, gli Architetti vengono quotidianamente distolti dal
proprio lavoro di progettisti ed ideatori e forzosamente indirizzati verso
sfere di competenza estranee alla loro formazione e per le quali non sono sufficientemente
preparati e orientati; tutto a scapito del livello della progettazione.
Ma la marginalizzazione degli Architetti e
delle professioni tecniche, in atto da decenni, non basta più; si assiste alla
determinata volontà di alzare il tiro sui ‘resistenti’, additandoli come
fautori di un anacronistico sistema protezionistico e nepotista. Tale accusa
trova un fin troppo facile bersaglio nel sistema ordinistico che regola le
professioni.
Perché questa rinnovata recrudescenza nei
confronti dei professionisti e soprattutto perché proprio attraverso
l’eliminazione degli Ordini?
Non possiamo dimenticare che i
‘resistenti’ rappresentano un cospicuo numero e, conseguentemente, un
potenziale interessantissimo mercato. Il trend di ‘imbarbarimento burocratico’
genera falsi standard di riferimento ed un’anomala proliferazione delle
procedure riuscendo, da un lato a svilire il ruolo di progettisti,
trasformandoli in tecnici burocrati e contestualmente a generare nuovi bisogni.
Temi quali la gestione fiscale piuttosto che assicurativa dello studio, l’accesso
al credito, la sicurezza, la privacy, l’aggiornamento alle norme ed alle
procedure che l’apparato burocratico sforna con generosità, alimenta un mercato
che trova proprio nei professionisti dei formidabili fruitori. Come rinunciare
a questa fetta così succulenta di mercato? Come è possibile lasciare che le
categorie professionali si autodeterminino e pensino in proprio, e secondo le
proprie esigenze ed i propri parametri, al soddisfacimento dei propri bisogni? Come
dare il colpo di grazia alle velleità degli Architetti di organizzare corsi e
strutturare servizi, consulenze, cooperative e consorzi per far fronte alle
richieste della burocrazia e dell’Europa? Semplicemente demolendo l’unica forma
di ‘rappresentanza’ che i professionisti, per mero obbligo di legge, si
trovano, spesso con fastidio, a dover riconoscere: gli Ordini!
Spazzare via gli Ordini significherebbe
annientare definitivamente la residua possibilità per la nostra categoria di
fare sistema, di alimentare una rete di contatti, di proporsi con un’unica
voce, di provare ad organizzarsi in chiave più moderna ed efficiente
nell’offerta di reali supporti e di utili servizi agli iscritti.
Spazzare via gli Ordini vorrebbe dire
infierire con il colpo decisivo sul mondo delle libere professioni in Italia e,
non a caso, a dimostrazione dell’importanza di questa partita per il sistema
confindustriale e finanziario, si è tentata la carta estrema del Pacchetto anti
crisi.
Anche attraverso gli Ordini gli Architetti
devono ritrovare una propria autonoma ed indipendente dimensione professionale,
dimostrando la maturità di essere in grado di costruire un sistema di
solidarietà e di garanzie e servizi reciproci ce consentano di gestire al
meglio la possente mole di adempimenti burocratici che affliggono la categoria
degli architetti, per dare libero sfogo a quelle indispensabili risorse
intellettuali che fungano da stimolo alla ricerca ed alla sperimentazione, al
fine di elevare il livello qualitativo del progetto e conseguentemente di
quanto effettivamente realizzato.
Luca Bertagnon
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