venerdì 9 settembre 2011

SUGLI ARCHITETTI, SULLA PROFESSIONE … E SUGLI ORDINI


E’ da qualche tempo ormai che rifletto su come condurre una convincente ed esaustiva difesa corporativa e di retroguardia, a favore della ‘casta’ degli Architetti liberi professionisti, in chiave Edenamista (per informazioni ed approfondimenti sull’Edenamismo http://edenamismo.blogspot.com/). Sì …, perché l’argomentare appassionato su temi cari all’Edenamismo come qualità architettonica e primato del progetto, nell’attuale società fondata sui valori del capitale del profitto, rischia di essere percepito come un esercizio retorico e astratto che trova una spiegazione plausibile e di comodo nella solita difesa corporativa e di casta di noi Architetti.
Sono proprio gli Architetti, del resto, a farsi promotori, almeno nell’ambito del dibattito teorico e disciplinare, del tema della qualità architettonica, incarnandolo in se stessi e nella propria professione, al punto da  postulare l’equazione: Architetti = Qualità. Ne scende che se questa categoria professionale ha tanto a cuore la buona architettura, per incoraggiare realizzazioni di pregio nel nostro Paese è indispensabile difendere le prerogative e lo status degli Architetti italiani.
Sul fatto che lo stimolo e la ricerca del bello si alimentino in larga parte dal dibattito disciplinare ed estetico interno alla categoria non vi è dubbio: la stessa proposta di legge sulla qualità architettonica del 2008, approvata in Consiglio dei Ministri, ora all’esame delle Commissioni,  è stata elaborata con il concorso ed il contributo del Consiglio Nazionale Architetti, e a tutt’oggi si sprecano gli appelli e le prese di posizione degli Ordini Provinciali per restituire un ruolo centrale ai concorsi di architettura ed alle selezioni fondate su idee e su proposte innovative piuttosto che sul solo costo di realizzazione e sulle aspettative di guadagno di una certa opera (o meglio di una certa operazione, intesa nell’accezione distorta di operazione immobiliare/economica quando non addirittura speculativa).
E’ altrettanto vero però che troppo spesso gli Architetti per primi si sono spogliati dei panni di paladini della buona architettura, per adeguarsi supinamente al ruolo richiesto loro dalle logiche del mercato e del guadagno, che sempre più raramente prevedono standard qualitativi e prestazionali all’altezza del più evoluto dibattito estetico e dell’innovazione tecnologica raggiunta.
Essere Architetti quindi non presuppone una propensione innata ad interpretare sempre e comunque un modo di lavorare e di progettare finalizzato al raggiungimento del massimo valore e del miglior pregio in architettura; di contro il capitalismo finanziario, come qualsiasi potere dominante giunto al culmine della parabola ascendente, si celebra attraverso l’immagine e la forma, tanto più riconoscibile quanto più innovativa e originale, assumendo così il ruolo di mecenate verso il perseguimento di una eccellenza di nicchia a scopo celebrativo.
Si vede quindi come non sia sostenibile un ragionamento che affronti tematiche tanto delicate e complesse come la buona architettura ed il rapporto con la condizione professionale dei progettisti, basato su stereotipi e assunti ideologici  preconfezionati e come sia necessario distinguere nettamente il tema dell’architettura e del bello dalle rivendicazioni, pur lecite e condivisibili, sulla professione, in modo da disarticolare il legame, falso, che induce a svilire le giuste richieste tese a promuovere un’architettura migliore, alla stregua di una strenua difesa di privilegi e prerogative della categoria degli Architetti.
Distinguere per evitare confusioni e non cadere nella strumentalizzazione dei luoghi comuni, ma certamente non per negare un rapporto, una stretta correlazione tra condizione professionale degli Architetti, logica utilitaristica dominante e riflessi su quanto viene realizzato, che possiamo definire architettura, edilizia, ecomostro, … ma che è il frutto percepibile che più interessa tutti noi, in quanto interferisce con la nostra quotidianità, si impone al nostro sguardo e stimola il nostro giudizio, plasma i modi di vita ed il carattere di chi vi abita.
In una prospettiva Edenamista siamo convinti vi sia bisogno di un salto di qualità rispetto all’uso del territorio, dello spazio, della produzione edilizia e architettonica ed il nostro obiettivo, al di fuori della provocazione iniziale, è quello di indagare le cause che frenano tale auspicata impennata e che non sono tutte da attribuirsi alla preparazione e all’inadeguatezza dei progettisti, ma a motivazioni più strutturali e profonde che vedono gli Architetti più come vittime che come artefici di tale situazione.
Si legge nella sintesi giornalistica al convegno “Ingegneri e architetti nel progetto della città futura” che si è svolto nel prestigioso spazio del Teatro dell’Arsenale in occasione della decima mostra internazionale di Architettura di Venezia:
 “Il convegno si proponeva anche di indagare le contraddizioni che coinvolgono oggi molta parte dell’architettura, sempre più spesso portata a rispondere ai dettami commerciali dell’immagine, della velocità di realizzazione e del profitto, a scapito della qualità architettonica e del ruolo della progettazione nei processi di sviluppo e riqualificazione dell’ambiente urbano”.
Roberta Torre (1) sul Fatto Quotidiano approfondisce il rapporto tra are e profitto e si chiede: “Perché l’arte continua a essere slegata dal profitto? La Bellezza ci consola e nel Rinascimento l’artista esisteva grazie al suo mecenate che comprendeva il valore del talento e lo quantificava economicamente. In quest’epoca, in quest’Italia il teatro, il cinema che non sia solo intrattenimento e la cultura in generale sono relegate a ruolo di grandi scocciatrici per cui nessuno intende investire, un progetto che contenga la parola arte in sé odora già di miseria, buco nero in cui riversare pochi spiccioli.
In chiave diametralmente opposta l’osservazione di Natalino Balasso (2) che osserva: "Quando si parla dei tagli alla cultura tutti si premurano di dimostrare che la cultura porta profitto, ma perché? Ma chi l’ha detto che tutto deve portare profitto, quando sappiamo che non è vero? Perché la missione in Afghanistan non porta profitto, il Ponte sullo Stretto non porterebbe profitto, ormai persino l’alta velocità porterebbe ben poco profitto, perché proprio la cultura dovrebbe essere obbligata a portare profitto?"
Mentre Alberto Zacchè (3) va  direttamente al cuore del problema quando afferma:” La dinamica della crisi finanziaria e poi economica condiziona pesantemente il settore delle costruzioni: non solo perché alla base della crisi c’è l’evidenza della speculazione immobiliare, o perché questo incide sul basilare ruolo che il credito ha giocato e gioca nel processo edilizio, ma perché incide su una domanda già in flessione, riducendo la capacità di spesa e d’investimento di famiglie ed operatori, minando il clima di fiducia.     I valori espressi dalla nostre costruzioni non corrispondono certo ad una qualità architettonica ed urbanistica diffusa, anzi esistono troppi volumi costruiti e male, soprattutto dal punto di vista del risparmio energetico: è fondamentale fare un piano di monitoraggio dell’ambiente costruito finalizzato al recupero del mal costruito e all’abbattimento degli edifici dove possibile; anche le normative dovrebbero prevedere incentivi in merito.
Credo stia prendendo sempre più forma una volontà popolare che indica una nuova misura del valore, figlia della qualità e non più della quantità che può migliorare le condizioni di vita di tutti e soprattutto dei meno abbienti.
Da questi esempi, di origine ed estrazione molto diversa, si percepisce la comune convinzione di una netta divergenza, al giorno d’oggi, tra logiche economiche e cultura, con una conseguente inevitabile subalternità del mondo dell’architettura e delle costruzioni alle esigenze del massimo guadagno piuttosto che alle istanze estetiche e formali. Il successo dell’operazione messa in campo dal sistema di potere finanziario sta proprio nell’essere riusciti a marginalizzare una propensione alla ricerca ed alla qualità diffusa, in ossequio alla standardizzazione verso il basso funzionale al massimo profitto, concentrando il tributo alla ricerca e all’innovazione su alcuni singoli interventi, altamente evocativi, che fungano da esempio e mostrino le estreme potenzialità del sistema.
La City di Londra, cuore pulsante del sistema capitalistico finanziario contemporaneo, ha dato mano libera agli architetti del 21esimo secolo che hanno potuto manifestare il loro talento senza timori o limiti imposti. Il risultato della concretizzazione delle loro idee allo stato puro, ha creato un ambiente estroverso ed armonico che coniuga straordinariamente edifici storici e contemporanei, tra i quali ricordiamo:
 The 'Gherkin', ha riproporzionato la siluette di tutta Londra con l'audace forma che mette in evidenza l'impressionante brulicame dell'epicentro di Londra.
Completato nel 2004, Altezza 590 ft (circa 200 metri), progetto dell’Architetto: Norman Foster
Norman Foster a parte (che come tutto il gruppo degli Architetti di serie “A” che potremmo definire ‘celebrativi’ e che hanno trovato una loro dimensione espressiva e professionale), dove collocare la gran massa di piccoli progettisti libero professionisti in questo quadro poco incoraggiante per la categorie nel suo insieme? Semplicemente … AI MARGINI ..! Per quanto supini ed accondiscendenti continuo a vedere gli Architetti che lavorano in proprio come soggetti troppo liberi, troppo autonomi ed orgogliosi, anarchici e polemici per diventare solidalmente organici al sistema fondato sul capitale e sulla rendita. Il modello italiano, in particolare, ricco di una miriade di piccoli professionisti, ognuno dotato di straordinarie competenze e capacità, si distingue dal livellamento europeo che è riuscito ad espellere dal mercato le micro realtà; in Italia, i professionisti singoli resistono, progressivamente marginalizzati, ma fortemente determinati a resistere.
Con l’arma della burocrazia, dei regolamenti, della proliferazione normativa, con il diversivo dei sistemi e degli standard di qualità, gli Architetti vengono quotidianamente distolti dal proprio lavoro di progettisti ed ideatori e forzosamente indirizzati verso sfere di competenza estranee alla loro formazione e per le quali non sono sufficientemente preparati e orientati; tutto a scapito del livello della progettazione.
Ma la marginalizzazione degli Architetti e delle professioni tecniche, in atto da decenni, non basta più; si assiste alla determinata volontà di alzare il tiro sui ‘resistenti’, additandoli come fautori di un anacronistico sistema protezionistico e nepotista. Tale accusa trova un fin troppo facile bersaglio nel sistema ordinistico che regola le professioni.
Perché questa rinnovata recrudescenza nei confronti dei professionisti e soprattutto perché proprio attraverso l’eliminazione degli Ordini?
Non possiamo dimenticare che i ‘resistenti’ rappresentano un cospicuo numero e, conseguentemente, un potenziale interessantissimo mercato. Il trend di ‘imbarbarimento burocratico’ genera falsi standard di riferimento ed un’anomala proliferazione delle procedure riuscendo, da un lato a svilire il ruolo di progettisti, trasformandoli in tecnici burocrati e contestualmente a generare nuovi bisogni. Temi quali la gestione fiscale piuttosto che assicurativa dello studio, l’accesso al credito, la sicurezza, la privacy, l’aggiornamento alle norme ed alle procedure che l’apparato burocratico sforna con generosità, alimenta un mercato che trova proprio nei professionisti dei formidabili fruitori. Come rinunciare a questa fetta così succulenta di mercato? Come è possibile lasciare che le categorie professionali si autodeterminino e pensino in proprio, e secondo le proprie esigenze ed i propri parametri, al soddisfacimento dei propri bisogni? Come dare il colpo di grazia alle velleità degli Architetti di organizzare corsi e strutturare servizi, consulenze, cooperative e consorzi per far fronte alle richieste della burocrazia e dell’Europa? Semplicemente demolendo l’unica forma di ‘rappresentanza’ che i professionisti, per mero obbligo di legge, si trovano, spesso con fastidio, a dover riconoscere: gli Ordini!
Spazzare via gli Ordini significherebbe annientare definitivamente la residua possibilità per la nostra categoria di fare sistema, di alimentare una rete di contatti, di proporsi con un’unica voce, di provare ad organizzarsi in chiave più moderna ed efficiente nell’offerta di reali supporti e di utili servizi agli iscritti. 
Spazzare via gli Ordini vorrebbe dire infierire con il colpo decisivo sul mondo delle libere professioni in Italia e, non a caso, a dimostrazione dell’importanza di questa partita per il sistema confindustriale e finanziario, si è tentata la carta estrema del Pacchetto anti crisi.
Anche attraverso gli Ordini gli Architetti devono ritrovare una propria autonoma ed indipendente dimensione professionale, dimostrando la maturità di essere in grado di costruire un sistema di solidarietà e di garanzie e servizi reciproci ce consentano di gestire al meglio la possente mole di adempimenti burocratici che affliggono la categoria degli architetti, per dare libero sfogo a quelle indispensabili risorse intellettuali che fungano da stimolo alla ricerca ed alla sperimentazione, al fine di elevare il livello qualitativo del progetto e conseguentemente di quanto effettivamente realizzato.

Luca Bertagnon

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