“Percorrendo in automobile la Milano Venezia,
all’alba e dopo una notte insonne di pensieri, rallentato dai camion e dal
traffico già freneticamente intasato ad orari sempre più improbabili, avvolto
da una foschia ovattosa e fredda, intorpidito e afflitto dal paesaggio che
faticosamente si scorge da una luce ancora fioca filtrata da un’atmosfera di
umidità e smog, trovo facile tregua nell’oblio del sonno e nelle risorse che,
gagliardamente, la mia mente pone in campo scovando negli archivi della memoria
antica, riversati generosamente nel sogno.
Miracolo di
milioni di ordinati impulsi su un soffice letto di massa grassa, riprendo
idealmente il viaggio, dallo stesso punto, con la stessa luce e la medesima
umida bruma mattinale che filtra il mio sguardo, ma questa volta attorno a me
scorgo antichi querceti di pianura, intervallati da macchie di pioppi e di
betulle, da aree paludose e da radure. Ampi chiari nel bosco destinati alla
coltivazione; e ancora: siepi, canali, boschi e, in lontananza, il grande
fiume.
La memoria
atavica trasmessa con il DNA non riesce a ricordare, come ovvio, la pianura
completamente forestata di quando l’uomo ancora non c’era, ma nitida è
l’immagine antica di un paesaggio agrario, ordinato e generoso, che ha dominato
fino a un secolo fa. Ancora Marinetti, nell’evocare treni sbuffanti e motori
rombanti che solcavano, inni al progresso, la pianura, aveva davanti agli occhi
un paesaggio di trame di campi, di siepi, di vie d’acqua, di isolate cascine e
di campagna distesa a perdita d’occhio.
Miniera di
profitto, culla di progresso e di benessere, la Pianura Padana, in poco meno di
un secolo, ha assistito e insieme testimoniato, il progressivo inesorabile
passaggio da un’economia agricola ad una industriale ed ora post-industriale;
solcata non più solo dalle siepi e dalla trama dei canali, ma dalle strade e
dalle infrastrutture ferroviarie della civiltà della comunicazione e degli
spostamenti. Quella stessa civiltà che mi vede qui, sopito sul sedile
posteriore di un gioiello di lamiere, che, spinto da una tecnologia ormai arcaica
di pistoni, bielle e manovelle, procede a passo d’uomo tra la lordura di camion
coperti di smog.
E’ il risveglio!
E con il risveglio l’infrangersi del ricordo antico di questa che era una bella
prosperosa fanciulla e che adesso porta i segni della violenza e del degrado di
un’attempata meretrice. Con il risveglio la fine del sogno di un progresso
dinamico, della velocità, di una modernità sfavillante, abbagliante eccitazione
dei sensi.
L’occhio si
riapre, e con la realtà la sensazione di essere assediati, umiliati e
violentati da scorie, scarti di un discutibile progresso, incrostazioni del
profitto, che ostacolano lo sguardo, frenano la corsa, sviliscono e
mortificano.
Alle grandi
infrastrutture collettive, segni di conquistato benessere, distintive della
nostra civiltà, si incistano, come metastasi, i sotto prodotti dell’utile e
dell’effimero: tonnellate di cemento senza una programmazione, senza un
disegno, senza un’idea chiare, semplicemente produrre, costruire per vendere,
per far girare i capitali, incuranti della qualità del costruito, insensibili
al destino legato all’uso, alle prospettive future di quanto realizzato:
cimiteri di capannoni abbandonati tra espansioni residenziali ai margini
dell’abitato, borghi fantasma e città dormitorio. Il tutto punteggiato di
villette a schiera: innovative e moderne illusioni di benessere ed autonoma
indipendenza, per poter ospitare il cane in un fazzoletto di giardino e
sfoggiare uno stuolo di nanetti multicolori.
Segni di un
progresso senza cultura, privo del controllo delle ideologie ma privo anche
dell’apporto delle IDEE! Spinto quasi esclusivamente dalla logica di profitto,
ha abdicato ad ogni altro valore, noncurante degli effetti sul territorio, sul
paesaggio, sulla natura e sull’uomo. Siamo quindi giunti al paradosso di
celebrare collettivamente il progresso con l’illusione che sia funzionale
all’uomo mentre abbiamo capito essere funzionale agli interessi di pochi”.
Quando
assistiamo allo sconcertante spettacolo del nostro aeroporto internazionale di
Malpensa assediato dalle villette frutto della speculazione e dell’assenza di
controllo e di programmazione abbiamo davvero l’illusione di essere nel
progresso? Gigante del futuro ostaggio delle formiche del profitto della
furbizia e dell’irresponsabilità diffusa, conseguenza del pilatesco
distacco dei professionisti e degli
intellettuali complici silenziosi dello scempio!
Quando
viviamo quotidianamente, ormai da mesi, la saga da operetta che si svilisce mortificante,
nel bisticcio tra Letizia Moratti e Roberto Formigoni sulle aree per l’expo,
pensiamo davvero di essere di fronte ad una delle maggiori sfide per il futuro
della Padania: vetrina internazionale ed occasione irripetibile per il nostro territorio? O non è forse il palesarsi del modello
indotto dal più bieco utilitarismo e dall’idea che grandi occasioni di crescita
collettiva debbano essere poste al servizio di interessi di pochi anziché il viceversa?
Gli
esempi si sprecano, si potrebbe andare avanti all’infinito parlando dell’aeroporto
di Montichiari, immolato sull’altare dell’ingordigia di un supermercato
(definito in modo più altisonante ‘centro commerciale’); piuttosto che di una
Pedemontana al centro di uno sterile dibattito da più di 30 anni e che, dopo più di 30 anni, costretta ad uno
slalom forzoso tra lottizzazioni di villette sorte nel frattempo in fretta e
furia, si comincia a realizzare senza un progetto esecutivo che valuti con
serietà e puntiglio le criticità e le specificità del territorio su cui
insiste.
Ma
davvero pensiamo che la nostra società, matura, figlia di secoli di evoluzione
e di civiltà, contaminata dall’umanesimo, intrisa di valori eterni ed ideali
non sia in grado di capire, di discriminare tra le potenzialità di un aeroporto
o di una grande infrastruttura viabilistica e il lamentoso borbottio diffuso ed
insistente di pochi che, per interesse personale, per la rendita su lotti di
terra ancora liberi, fomentano ed alimentano un’idea di malcontento diffuso per
le manifestazioni del progresso e dell’evoluzione? Possiamo credere
verosimilmente ad una mobilitazione contro l’aeroporto e ad una supina
accettazione dell’assedio continuo, inesorabile ed invasivo del brutto, dello
squallido e del mediocre?
Ebbene,
la crisi delle ideologie e il sonno della ragione, dal secondo dopoguerra,
hanno lasciato campo libero alle istanze del profitto, di un’economia ormai
neanche più legata e misurata dalla produzione ma dagli artifici dei capitali.
Un’economia ed un capitalismo privi del controllo degli ideali, senza l’apporto
critico di istanze culturali ed estetiche, non poteva che produrre le
aberrazioni di cui sopra!
Ma
allora l’ambiente, la sostenibilità, la pianificazione, il controllo, dove li
mettiamo? In una parola: BUROCRAZIA! Alle
distorsioni di un progresso distorto si è aggiunto, negli anni, il dramma di un
velleitarismo che ha visto nella burocrazia e nel controllo formale affidato a
regole oggettive, la strada per contenere, arginare, indirizzare opportunamente
lo strapotere del profitto.
Eccoci
quindi, assediati dal profitto e schiavi della burocrazia a riscoprire,
timidamente, dalle viscere della società, dalle espressioni più genuine del
popolo, le istanze culturali del ricordo, della tradizione, dei valori immortali.
Bollate
come localismo, vernacolarismo, folklore, emergono e si riaffacciano istanze
culturali autentiche, le sole capaci, discriminando tra bene e male, bello e
brutto, autentico ed effimero, di esercitare un controllo sostanziale sulle
manifestazioni debordanti e sulle spinte apparentemente incontenibili di un
profitto distorto. Solo recuperando una dimensione culturale e sottoponendo le
scelte al controllo di logiche sostanziali, dettate dall’estetica, dalla
apprezzabilità, dalla funzionalità e non necessariamente assoggettate a sterili
indici e alle sole logiche del maggior profitto, sarà possibile recuperare una
dimensione di vivibilità e benessere sostanziale per i nostri territori,
finalmente ripuliti dai relitti di un progresso malato. Solo così sarà
possibile ridimensionare lo strapotere di un approccio burocratico certo non
all’altezza del compito che si era prefisso (di controllo e di argine alle
manifestazioni estreme ed agli eccessi del profitto), capace solo di
complicare, differire, rallentare acriticamente i processi, senza una visione
strategica e soprattutto senza essere in grado di discriminare tra bene e male.
E’ così che, paradossalmente, la burocrazia, con i maggiori costi che impone,
ottiene l’effetto di peggiorare la qualità alla ricerca di un risparmio,
anziché stimolarla attraverso l’imposizione di serrati standard. Burocrazia di
indici, di astrazioni e di numeri
incapace di cogliere e valorizzare l’innovazione e la sperimentazione, che
troppo spesso viene ostacolata, bloccata e mortificata e assolutamente incapace
di selezionare e arginare quanto di più brutto ed inutile venga prodotto,
purchè rispondente ai numeri, rispettoso degli indici e delle formali
procedure.
Ecco
l’errore degli intellettuali, degli esteti, dei professionisti, degli
amministratori della cosa pubblica: supini alle procedure, intimiditi dalle
logiche strette e asciutte dei tecnocrati, abdicano al proprio ruolo e si
assoggettano alle aberrazioni e alle vuote liturgie imposte dalla burocrazia.
Chi si occupa di sostanza non può pensare di competere sul terreno che non gli
è proprio della forma e dell’artificio regolamentare. Risanare un territorio,
dargli delle regole, pianificare, significa innanzitutto avere in testa un
progetto, saldi sui principi e con chiare categorie estetiche e formali è
possibile stabilire regole chiare, manifestare volontà senza fraintendimenti.
In
questo la Lega Nord è sempre stata più avanti di tanti altri interlocutori:
parole d’ordine come salvaguardia del territorio, contenimento del consumo di
suolo, recupero e valorizzazione dei centri storici, sono fondamenti chiari che
il Movimento ha sempre condiviso e propugnato. Bisogna semplicemente fare un
passo in più, procedere con coraggio nel definire politiche audaci di rilancio
e di riordino, consapevoli che per riuscire in questo intento sarà necessario
mettere in campo una vera e propria rivoluzione culturale, che identifico con
il termine EDENAMISTA (*), che
rilanci le stanze estetiche finalizzate al raggiungimento di un reale benessere,
anche a costo di sacrificare le aspettative e gli interessi di pochi che
dovranno mediare le proprie aspettative di legittimo guadagno, offrendo
garanzie reali di qualità e di sostenibilità.
In
questo il motore e la spinta degli intellettuali, prima ancora che della
politica, è indispensabile ma, con l’accelerazione che contraddistingue la
nostra epoca è necessario agire contestualmente su più fronti, consapevoli del
fatto che la società più evoluta è pronta e disponibile ad inseguire la
qualità, la sostenibilità, l’estetica in vista di uno stato di maggiore e più
sostanziale benessere.
Primo
e fondamentale passo per gli Amministratori è quello avocare a sé il proprio
ruolo e la propria responsabilità di scelta, definendo linee di politica
territoriale chiare, consapevoli e coerenti, che sono poi i principi di
politica territoriale da sempre propugnati dalla Lega Nord, per le quali
assumersi appieno le proprie responsabilità di fronte all’elettorato, sapendo
di stare operare nel giusto.
La
pianificazione è scelta, è atto politico, la salvaguardia del territorio,
dell’ambiente e del paesaggio è compito delle comunità locali, delegato agli
intellettuali, ai professionisti e agli amministratori. Il profitto è e deve
limitarsi ad essere il motore del cambiamento e la burocrazia va ricondotta a
mero strumento per l’assunzione di scelte che sono frutto di pensiero, cultura,
tradizioni e sensibilità di una collettività e di un popolo.
Luca
Bertagnon