sabato 22 ottobre 2011

Il PaesaggiATTIVISMO Padano


Percorrendo in automobile la Milano Venezia, all’alba e dopo una notte insonne di pensieri, rallentato dai camion e dal traffico già freneticamente intasato ad orari sempre più improbabili, avvolto da una foschia ovattosa e fredda, intorpidito e afflitto dal paesaggio che faticosamente si scorge da una luce ancora fioca filtrata da un’atmosfera di umidità e smog, trovo facile tregua nell’oblio del sonno e nelle risorse che, gagliardamente, la mia mente pone in campo scovando negli archivi della memoria antica, riversati generosamente nel sogno.
Miracolo di milioni di ordinati impulsi su un soffice letto di massa grassa, riprendo idealmente il viaggio, dallo stesso punto, con la stessa luce e la medesima umida bruma mattinale che filtra il mio sguardo, ma questa volta attorno a me scorgo antichi querceti di pianura, intervallati da macchie di pioppi e di betulle, da aree paludose e da radure. Ampi chiari nel bosco destinati alla coltivazione; e ancora: siepi, canali, boschi e, in lontananza, il grande fiume.
La memoria atavica trasmessa con il DNA non riesce a ricordare, come ovvio, la pianura completamente forestata di quando l’uomo ancora non c’era, ma nitida è l’immagine antica di un paesaggio agrario, ordinato e generoso, che ha dominato fino a un secolo fa. Ancora Marinetti, nell’evocare treni sbuffanti e motori rombanti che solcavano, inni al progresso, la pianura, aveva davanti agli occhi un paesaggio di trame di campi, di siepi, di vie d’acqua, di isolate cascine e di campagna distesa a perdita d’occhio.
Miniera di profitto, culla di progresso e di benessere, la Pianura Padana, in poco meno di un secolo, ha assistito e insieme testimoniato, il progressivo inesorabile passaggio da un’economia agricola ad una industriale ed ora post-industriale; solcata non più solo dalle siepi e dalla trama dei canali, ma dalle strade e dalle infrastrutture ferroviarie della civiltà della comunicazione e degli spostamenti. Quella stessa civiltà che mi vede qui, sopito sul sedile posteriore di un gioiello di lamiere, che, spinto da una tecnologia ormai arcaica di pistoni, bielle e manovelle, procede a passo d’uomo tra la lordura di camion coperti di smog.
E’ il risveglio! E con il risveglio l’infrangersi del ricordo antico di questa che era una bella prosperosa fanciulla e che adesso porta i segni della violenza e del degrado di un’attempata meretrice. Con il risveglio la fine del sogno di un progresso dinamico, della velocità, di una modernità sfavillante, abbagliante eccitazione dei sensi.
L’occhio si riapre, e con la realtà la sensazione di essere assediati, umiliati e violentati da scorie, scarti di un discutibile progresso, incrostazioni del profitto, che ostacolano lo sguardo, frenano la corsa, sviliscono e mortificano.
Alle grandi infrastrutture collettive, segni di conquistato benessere, distintive della nostra civiltà, si incistano, come metastasi, i sotto prodotti dell’utile e dell’effimero: tonnellate di cemento senza una programmazione, senza un disegno, senza un’idea chiare, semplicemente produrre, costruire per vendere, per far girare i capitali, incuranti della qualità del costruito, insensibili al destino legato all’uso, alle prospettive future di quanto realizzato: cimiteri di capannoni abbandonati tra espansioni residenziali ai margini dell’abitato, borghi fantasma e città dormitorio. Il tutto punteggiato di villette a schiera: innovative e moderne illusioni di benessere ed autonoma indipendenza, per poter ospitare il cane in un fazzoletto di giardino e sfoggiare uno stuolo di nanetti multicolori.
Segni di un progresso senza cultura, privo del controllo delle ideologie ma privo anche dell’apporto delle IDEE! Spinto quasi esclusivamente dalla logica di profitto, ha abdicato ad ogni altro valore, noncurante degli effetti sul territorio, sul paesaggio, sulla natura e sull’uomo. Siamo quindi giunti al paradosso di celebrare collettivamente il progresso con l’illusione che sia funzionale all’uomo mentre abbiamo capito essere funzionale agli interessi di pochi”.

Quando assistiamo allo sconcertante spettacolo del nostro aeroporto internazionale di Malpensa assediato dalle villette frutto della speculazione e dell’assenza di controllo e di programmazione abbiamo davvero l’illusione di essere nel progresso? Gigante del futuro ostaggio delle formiche del profitto della furbizia e dell’irresponsabilità diffusa, conseguenza del pilatesco distacco  dei professionisti e degli intellettuali complici silenziosi dello scempio!
Quando viviamo quotidianamente, ormai da mesi, la saga da operetta che si svilisce mortificante, nel bisticcio tra Letizia Moratti e Roberto Formigoni sulle aree per l’expo, pensiamo davvero di essere di fronte ad una delle maggiori sfide per il futuro della Padania: vetrina internazionale ed occasione irripetibile per il nostro territorio?  O non è forse il palesarsi del modello indotto dal più bieco utilitarismo e dall’idea che grandi occasioni di crescita collettiva debbano essere poste al servizio di interessi di pochi anziché il viceversa?
Gli esempi si sprecano, si potrebbe andare avanti all’infinito parlando dell’aeroporto di Montichiari, immolato sull’altare dell’ingordigia di un supermercato (definito in modo più altisonante ‘centro commerciale’); piuttosto che di una Pedemontana al centro di uno sterile dibattito da più di 30 anni  e che, dopo più di 30 anni, costretta ad uno slalom forzoso tra lottizzazioni di villette sorte nel frattempo in fretta e furia, si comincia a realizzare senza un progetto esecutivo che valuti con serietà e puntiglio le criticità e le specificità del territorio su cui insiste.
Ma davvero pensiamo che la nostra società, matura, figlia di secoli di evoluzione e di civiltà, contaminata dall’umanesimo, intrisa di valori eterni ed ideali non sia in grado di capire, di discriminare tra le potenzialità di un aeroporto o di una grande infrastruttura viabilistica e il lamentoso borbottio diffuso ed insistente di pochi che, per interesse personale, per la rendita su lotti di terra ancora liberi, fomentano ed alimentano un’idea di malcontento diffuso per le manifestazioni del progresso e dell’evoluzione? Possiamo credere verosimilmente ad una mobilitazione contro l’aeroporto e ad una supina accettazione dell’assedio continuo, inesorabile ed invasivo del brutto, dello squallido e del mediocre?
Ebbene, la crisi delle ideologie e il sonno della ragione, dal secondo dopoguerra, hanno lasciato campo libero alle istanze del profitto, di un’economia ormai neanche più legata e misurata dalla produzione ma dagli artifici dei capitali. Un’economia ed un capitalismo privi del controllo degli ideali, senza l’apporto critico di istanze culturali ed estetiche, non poteva che produrre le aberrazioni di cui sopra!
Ma allora l’ambiente, la sostenibilità, la pianificazione, il controllo, dove li mettiamo? In una parola:  BUROCRAZIA! Alle distorsioni di un progresso distorto si è aggiunto, negli anni, il dramma di un velleitarismo che ha visto nella burocrazia e nel controllo formale affidato a regole oggettive, la strada per contenere, arginare, indirizzare opportunamente lo strapotere del profitto.
Eccoci quindi, assediati dal profitto e schiavi della burocrazia a riscoprire, timidamente, dalle viscere della società, dalle espressioni più genuine del popolo, le istanze culturali del ricordo, della tradizione, dei valori immortali.
Bollate come localismo, vernacolarismo, folklore, emergono e si riaffacciano istanze culturali autentiche, le sole capaci, discriminando tra bene e male, bello e brutto, autentico ed effimero, di esercitare un controllo sostanziale sulle manifestazioni debordanti e sulle spinte apparentemente incontenibili di un profitto distorto. Solo recuperando una dimensione culturale e sottoponendo le scelte al controllo di logiche sostanziali, dettate dall’estetica, dalla apprezzabilità, dalla funzionalità e non necessariamente assoggettate a sterili indici e alle sole logiche del maggior profitto, sarà possibile recuperare una dimensione di vivibilità e benessere sostanziale per i nostri territori, finalmente ripuliti dai relitti di un progresso malato. Solo così sarà possibile ridimensionare lo strapotere di un approccio burocratico certo non all’altezza del compito che si era prefisso (di controllo e di argine alle manifestazioni estreme ed agli eccessi del profitto), capace solo di complicare, differire, rallentare acriticamente i processi, senza una visione strategica e soprattutto senza essere in grado di discriminare tra bene e male. E’ così che, paradossalmente, la burocrazia, con i maggiori costi che impone, ottiene l’effetto di peggiorare la qualità alla ricerca di un risparmio, anziché stimolarla attraverso l’imposizione di serrati standard. Burocrazia di indici,  di astrazioni e di numeri incapace di cogliere e valorizzare l’innovazione e la sperimentazione, che troppo spesso viene ostacolata, bloccata e mortificata e assolutamente incapace di selezionare e arginare quanto di più brutto ed inutile venga prodotto, purchè rispondente ai numeri, rispettoso degli indici e delle formali procedure.
Ecco l’errore degli intellettuali, degli esteti, dei professionisti, degli amministratori della cosa pubblica: supini alle procedure, intimiditi dalle logiche strette e asciutte dei tecnocrati, abdicano al proprio ruolo e si assoggettano alle aberrazioni e alle vuote liturgie imposte dalla burocrazia. Chi si occupa di sostanza non può pensare di competere sul terreno che non gli è proprio della forma e dell’artificio regolamentare. Risanare un territorio, dargli delle regole, pianificare, significa innanzitutto avere in testa un progetto, saldi sui principi e con chiare categorie estetiche e formali è possibile stabilire regole chiare, manifestare volontà senza fraintendimenti.
In questo la Lega Nord è sempre stata più avanti di tanti altri interlocutori: parole d’ordine come salvaguardia del territorio, contenimento del consumo di suolo, recupero e valorizzazione dei centri storici, sono fondamenti chiari che il Movimento ha sempre condiviso e propugnato. Bisogna semplicemente fare un passo in più, procedere con coraggio nel definire politiche audaci di rilancio e di riordino, consapevoli che per riuscire in questo intento sarà necessario mettere in campo una vera e propria rivoluzione culturale, che identifico con il termine EDENAMISTA (*), che rilanci le stanze estetiche finalizzate al raggiungimento di un reale benessere, anche a costo di sacrificare le aspettative e gli interessi di pochi che dovranno mediare le proprie aspettative di legittimo guadagno, offrendo garanzie reali di qualità e di sostenibilità.
In questo il motore e la spinta degli intellettuali, prima ancora che della politica, è indispensabile ma, con l’accelerazione che contraddistingue la nostra epoca è necessario agire contestualmente su più fronti, consapevoli del fatto che la società più evoluta è pronta e disponibile ad inseguire la qualità, la sostenibilità, l’estetica in vista di uno stato di maggiore e più sostanziale benessere.
Primo e fondamentale passo per gli Amministratori è quello avocare a sé il proprio ruolo e la propria responsabilità di scelta, definendo linee di politica territoriale chiare, consapevoli e coerenti, che sono poi i principi di politica territoriale da sempre propugnati dalla Lega Nord, per le quali assumersi appieno le proprie responsabilità di fronte all’elettorato, sapendo di stare operare nel giusto.
La pianificazione è scelta, è atto politico, la salvaguardia del territorio, dell’ambiente e del paesaggio è compito delle comunità locali, delegato agli intellettuali, ai professionisti e agli amministratori. Il profitto è e deve limitarsi ad essere il motore del cambiamento e la burocrazia va ricondotta a mero strumento per l’assunzione di scelte che sono frutto di pensiero, cultura, tradizioni e sensibilità di una collettività e di un popolo.


Luca Bertagnon

venerdì 14 ottobre 2011

EDENAMISMO … perché?


Il breve racconto della genesi edenamista enfatizza a suo modo l’intuizione di trovarsi nel pieno di una fase storica di cambiamento, nella quale un sistema di valori che sembravano invincibili, sembra andare irrimediabilmente in crisi, lasciando sul campo una moltitudine di interrogativi ed aprendo a nuove prospettive.
Ad un anno dall’episodio inquadrato come Genesi Edenamista, i fatti hanno dimostrato come la fase di transizione evocata fosse in realtà un vortice travolgente: crisi dei mercati, collasso, una dopo l’altra, delle economie europee, crisi del sistema economico statunitense, collasso del sistema di potere vigente in Medio Oriente da più di 40 anni. Che dire poi dei fenomeni sociali a scala planetaria come la globalizzazione reale, favorita dagli spostamenti di masse sempre più ingenti di persone, fino alla crisi di valori e certezze che avevano sostenuto le diverse società per l’intera fase storica in corso. In Italia ad esempio abbiamo assistito, e percepito chiaramente giorno dopo giorno, ad un processo di secolarizzazione senza precedenti nell’era moderna.
Di fronte alla quantità ed alla vastità dei fenomeni in atto, qui solo brevemente e macroscopicamente richiamati, parlare di ‘intuizione’ per definire la ’Genesi Edenamista’ è certo eufemistico, anche se spesso il cambiamento in atto non è percepito da chi lo subisce quotidianamente. A volte invece basta un un episodio, una pausa della mente dalle occupazioni abituali, uno stimolo particolare inatteso, ad attivare dei collegamenti cerebrali definibili come intuizioni, ma piuttosto configurabili come disponibilità all’ascolto ed alla verifica ed approfondimento dei fatti. Il Perché del titolo incarna le tante domande sulle ragioni che mi hanno spinto a cercare delle risposte convincenti e delle prospettive nuove nell’Edenamismo; o meglio in qualcosa di non precisamente e compiutamente definito al quale ho dato il nome di Edenamismo.
C’era davvero bisogno di una nuova teoria per inquadrare e dare ordine ad un complesso di pensieri disarticolati e di intuizioni che sgorgavano come un fiume in piena? Che senso ha parlare di Edenamismo, per giustificare un approccio che in ultima analisi tende alla mediazione ed alla stabilità, senza offrire prospettive autenticamente rivoluzionarie, che sono poi quelle che offrono riconoscibilità e attivano il pensiero di massa? La regola secondo la quale se vuoi un facile e duraturo consenso devi trovarti un nemico, non sembra appartenere all’Edenamismo; dove si vuole arrivare dunque? Ad una proposta salvifica? Ad una gestione del consenso? Alla formulazione di una filosofia originale da tramandare ai posteri? Niente di tutto questo! Edenamismo è risposta ad un bisogno e ad una voglia di analisi dei fatti, di conoscenza, di partecipazione al dibattito; il tutto entro un quadro unitario che leghi e ordini i pensieri e le opinioni entro un’idea, un progetto, un’immagine strutturata che si manifesta con il termine di Edenamismo. Da qui l’idea di Edenamismo come traguardo e di Dinamica come ricerca, azione, voglia di conoscere e partecipare. Edenamismo si connota quindi come la prospettiva che muove l’azione, laddove è l’azione la vera protagonista.
Se l’Edenamismo è un traguardo in prospettiva, è la Dinamica che anima la voglia di pensare, di interagire, di partecipare e di esprimersi. Orientare la Dinamica quindi, non tanto con l’obiettivo di orientare il pensiero, quanto con l’idea di partecipare attivamente, consapevolmente e con passione al dibattito.
Altro ambizioso obiettivo è quello di coagulare dietro a questa idea un gruppo di amici, intellettuali, appassionati del pensiero, che accettino la sfida di strutturare un coerente pensiero Edenamista; liberi di pensare, di esprimersi, di mantenersi intellettualmente attivi scopritori del mondo, appassionati, affiatati e galvanizzati, protesi verso una costante sfida alla ricerca di un mondo e di una società migliori.
Tutto questo è Edenamismo

martedì 4 ottobre 2011

TURISMO REMIERO - ESPERIENZA EDENAMISTA


Simbiosi con gli elementi, vento acqua, forza, fatica, velocità e sudore!

Sfrecciare pericolosamente insolenti su un natante a motore, rumoroso, inquinante, … è un atto autenticamente futurista; solcare le stesse acque, tranquille o agitate che sano, con una barca a remi, in simbiotica sincronia, nel silenzio di un ritmo sincopato, scandito dal ‘tlac tlac’ dello svincolo dei remi negli scalmi, è un atto prfondamente EDENAMISTA!

Comprendiamo il fascino che induce nell’uomo l’approccio spavaldo, futurista, della forza meccanica, della velocità e del rumore …. ma, sordi alle sirene di un falso progresso artificiale, perseveriamo con la nostra bella barca a remi, per il nostro benessere, il nostro equilibrio, il nostro fisico, … felici …, per il paesaggio, la natura e l’ambiente di tutti!

Questo è andar per remi, questo è Edenamismo!

PILLOLE DI PENSIERO EDENAMISTA - EDENAMISMO E NATURISMO


E’ fin troppo facile trovare un’identità di vedute tra Edenamismo e Naturismo; in particolare l’esplicito richiamo al traguardo dell’Eden di cui è impregnato l’Edenamismo, porta con se un’affezione o quanto meno uno sguardo indulgente verso il movimento Naturista e la propria libera ed esplicita espressività.
Ma c’è qualcosa di più della banale equazione che lega Edenamismo e Naturismo attraverso il richiamo all’Eden. Come occasione di approfondimento ci serviamo di due semplici domande: cosa c’è di bello, di gradevole, di invitante nel proporsi, senza mediazioni di sorta, nella propria integrale nudità? E come tale scelta può riconoscersi nel pensiero edenamista al di fuori del binomio fin troppo scontato EDEN = NUDITA’?
Molte sono le motivazioni che il Movimento Naturista adduce per giustificare il sommo piacere di stare nudi: il rapporto con la natura, con l’ambiente ed i suoi elementi, la ricerca di un’armonia con ciò che ci circonda attraverso un rapporto non mediato con aria, acqua e suolo.
Non va poi sottaciuta una componente edonista nello stare nudi e, per taluni, certamente anche una certa dose di esibizionismo.
Ma quello che non viene mai sufficientemente enfatizzato è l’aspetto culturale e soprattutto sociale legato alle pratiche naturiste. In particolare ciò che è più autenticamente ‘eversivo’ nel naturismo è il fatto di starsene completamente nudi, e completamente a proprio agio, entro un complesso sociale anche complesso di relazioni ed interazioni come quello di una spiaggia o di un villaggio. Si tratta di un’azione intimamente rivoluzionaria che, nella sua semplicità, riesce a scardinare secoli di condizionamenti culturali indotti, meglio definiti come ‘comune senso del pudore’.
Alla base della scelta naturista vi è quindi, consapevole o meno, un atto di ribellione e di rifiuto verso condizionamenti indotti ed unanimemente accettati ma di per sé non del tutto razionali, come quello di immergersi in acqua coperti o girare per la spiaggia con alcune parti del proprio corpo, considerate sconvenienti, debitamente occultate da costumi, parei o capi appositamente studiati, spesso per alimentare la malizia del vedo/non vedo.
Motivo di intima e convinta soddisfazione nel trovarsi nudi entro un contesto sociale sta proprio nella consapevolezza di stare compiendo un atto eversivo, contrario ad una morale della quale non si riconoscono i fondamenti.
Che ruolo riveste l’Edenamismo in questo approccio al naturismo? Piace all’Edenamismo, oltre alla citazione della nudità dell’Eden, proprio l’aspetto ‘eversivo’ e di esplicita ribellione contro le false morali. Se infatti obiettivo dell’edenamismo è il raggiungimento di fasi più evolute di stabilità e benessere per la società, si comprende come liberarsi dalle false morali e dai condizionamenti deteriori, costituisca un traguardo indispensabile al raggiungimento di una sempre maggiore consapevolezza di sé e delle proprie potenzialità sia come individui che come comunità.
Liberi e fieri del nostro tradizionale cilindro e del monumentale mantello, come della nostra dignitosa nudità!

sabato 1 ottobre 2011

EDONISMO EDENAMISMO ED EDEN 25 agosto 2011


Nel tentativo di disegnare dei confini attorno al concetto di edenamismo, viene quasi naturale il richiamo all’edonismo.
L’avvio di un confronto con le filosofie edoniste rappresenta un passaggio utile ad una sempre più chiara comprensione di ciò che intendiamo per Edenamismo. Molte sembrerebbero essere le affinità tra i due concetti, in particolare la ricerca di un bene che approdi nel benessere e nel sommo godimento dell’individuo,  benessere e godimento che sono propri anche del traguardo dell’Eden, fine ultimo dell’Edenamismo.
Ma le analogie si esauriscono qui: se infatti il bene edonistico si riduce ad un piacere materiale, immediato, non scevro da eccessi e per nulla incline a qualsivoglia mediazione, secondo la logica del ‘cogliere l’attimo’ perché ‘del domani non v’è certezza’, il bene per l’Edenamismo è un bene in prospettiva, che va costruito e conquistato con il lavoro e con l’azione, frutto di scelte ponderate e consapevoli. Si tratta di un bene che non disdegna certo il piacere immediato ed effimero, ma lo subordina al raggiungimento del fine ultimo che è il bene supremo. Viene a questo punto naturale proporre un accostamento con il fondamento delle grani religioni monoteiste che, pur con differenti sfaccettature, concordano sul traguardo di un bene supremo extra terreno da conquistare anche a costo di sofferenze e sacrifici nella parentesi della vita sul Globo.
Ancora una volta l’Edenamismo si cimenta in un esercizio di equilibrio tra istanze opposte: supera il riduttivismo edonista pur senza subordinare ogni scelta ad un bene supremo e intangibile, ad una promessa per qualcosa aldilà della vita terrena.
Fedele al traguardo dell’Eden, l’Edenamismo tiene i piedi ben saldi a terra, nel tentativo di riproporre la condizione ottimale dell’Eden perduto, da uomini e per gli uomini. E’ un’azione dinamica di riconquista, di spiccata matrice umanista, volta ad un traguardo estremamente ambizioso e lontano, ma, a differenza della proposta delle religioni monoteiste, si tratta di un traguardo tutto terreno.
Il fascino dell’azione e la spinta alla riconquista sono alimentate dall’utopia del traguardo, terreno ma al tempo stesso ideale e collettivo e dalla concretezza insita nella consapevolezza che la meta potrà essere raggiunta solo per tappe successive, queste sì estremamente reali, tangibili, misurabili ed apprezzabili nel corso della vita di ognuno.
In questo l’Edenamismo si colloca entro una dinamica evoluzionistica, che legge anche le fasi più tragiche ed apparentemente deteriori della storia, in chiave positiva, quasi che siano passaggi dolorosi indispensabili al raggiungimento di un intervallo temporale successivo caratterizzato da un sempre maggiore livello di stabilità e benessere. Ma l’Edenamismo non sconfina mai, per sua natura, in un passivo fatalismo, e non considera quindi le fasi più negative e deteriori della come inevitabili, piuttosto si misura con esse nella convinzione e con l’obiettivo di prevederle per neutralizzarne gli effetti negativi e deteriori. Questa è l’essenza ed il fascino della Dinamica che, agendo e tentando di disciplinare le fasi attive e di transizione, consente il raggiungimento delle fasi successive di stabilità e benessere (Eden). Una visione evolutiva per stadi successivi di stabilità e benessere intervallati da fasi dinamiche e di cambiamento che determinano la crescita, sintomo di un approccio positivo e costruttivo che si concretizza anche attraverso un bene momentaneo ed un piacere effimero, che certo l’Edenamismo non disdegna. La promozione del puro piacere e del piacere effimero da parte dell’Edenamismo è tanto più convinta quanto più tale piacere è funzionale alla miglior gestione delle fasi dinamiche ed al raggiungimento di una fase di Eden. Al contrario nel momento in cui la prospettiva edonistica venisse a configurarsi quale elemento di opposizione o di disturbo all’incedere progressivo edenamista, allora si privilegerebbe senza indugio il raggiungimento di un livello di benessere più stabile e duraturo, di natura sociale e collettiva, disdegnando l’appagamento individuale momentaneo.

EDENAMISMO E FUTURISMO


In relazione ai concetti ed ai richiami al futuro ed al progresso che accomunano Edenamismo e Futurismo, sembra giunto il momento di proporre un confronto per comprenderne differenze ed affinità, allo scopo di chiarire sempre più e sempre meglio i contorni di ciò che definiamo Edenamismo. Per fare questo partiamo dal Movimento Futurista, del quale conosciamo approfonditamente ogni aspetto, per quanto è stato scritto e per quanto ha appassionato i contemporanei prima e gli studiosi in seguito. In estrema sintesi (questo non vuole neanche lontanamente essere inteso come un saggio esaustivo ma piuttosto come un appunto di viggio per necessari prossimi approfondimenti) il Futurismo coglie nella Dinamica ed in generale nella trasformazione e nel nuovo, l’essenza stessa del progresso, secondo una logica intrinsecamente evoluzionista che subordina il progresso all’atto dinamico, alla creatività al movimento, il bello all’azione. La dinamica è bene, la riflessione statica assume al contrario una connotazione intrinsecamente negativa.
Qualcosa di molto simile alla contemporanea distinzione tra ‘lento’ e ‘rock’, laddove il ‘lento’ assume una connotazione conservativa negativa, mentre il ‘rock’ è sinonimo di vitalità, dinamismo e progresso.
Più articolato e complesso è invece il rapporto tra Edenamismo e Dinamica. L’atto dinamico affascina e, certo, il cambiamento è sinonimo di innovazione, crescita, miglioramento e speranza. Non a caso l’Eden, in una visione autenticamente edenamista, può essere raggiunto e riconquistato solo attraverso l’azione, l’atto dinamico ed il movimento operoso.
Ecco come il fascino dell’azione, il coraggio del nuovo e la propensione al movimento accomunino Futurismo ed Edenamismo, così come la logica intrinsecamente evoluzionista e positiva si riscontra in entrambi, così da determinarne un’evidente affinità.
Dove invece divergono profondamente Futurismo ed Edenamismo è nel valore positivo assoluto che il Futurismo concede sempre all’azione; al contrario dell’Edenamismo che si rapporta all’azione in modo più problematico. Pur conferendo all’azione un valore intrinsecamente positivo, l’Edenamismo non le riconosce un valore positivo assoluto. L’azione infatti va valutata, interpretata, prevista per quanto possibile e conseguentemente disciplinata. Le fasi attive della storia non presuppoingono sempre e comunque il raggiungimento di una fase stabile più performante della precedente, ma possono anche condurre ad uno stadio regressivo o problematico, magari transitorio, ma tale da allontanarci dall’Eden.
Se quindi condizione indispensabile per l’Eden è la Dinamica, non necessariamente l’atto dinamico è sempre incondizionatamente funzionale all’Eden.
Il valore intrinsecamente positivo che l’Edenamismo concede all’azione dipende dalla convinzione che comunque la Dinamica arrivi, magari anche dopo un percorso di ricerca e sperimentazione tortuoso e sofferto, ad una condizione stabile progressiva. Compito dell’Edenamismo è proprio quello di disciplinare il più è possibile l’azione in modo da ottimizzarla, finalizzandola al raggiungimento dell’Eden.
L’Eden è quindi la prospettiva ultima (il sogno in prospettiva), che può essere conquistata gradualmente per stadi successivi di stabilità e benessere. Ogni stadio corrisponde ad una fase storica determinata e riconoscibile.
Ancora assistiamo ad un notevole ridimensionamento del ruolo affidato alla Dinamica dall’Edenamismo: laddove la dinamica in chiave futurista è essenza stessa di progresso e di crescita, per l’Edenamismo la Dinamica è più semplicemente un mezzo, spesso imperfetto, per il progresso.
Esemplificando potremmo assimilare il Futurismo ad un incedere in costante accelerazione (verso un inevitabile schianto contro il solido muro della realtà?), mentre l’Edenamismo si connota più con un incedere sincopato, fatto di movimento e di stasi; e quanto più è duratura la fase di stabilità, maggiormente percepibile è il percorso di avvicinamento all’Eden.
luca bertagnon

LIBERALIZZAZIONI E PROFESSIONI: LA ‘POLPETTA AVVELENATA’ DI CONFINDUSTRIA


Dei cinque punti proposti da Confindustria per il rilancio dell’economia in Italia, uno riguarda le liberalizzazioni e, tra le proposte, troviamo anche la liberalizzazione dei servizi professionali. Entrando nel merito di questo aspetto specifico si resta basiti nello scoprire come i provvedimenti invocati con tanta enfasi da Emma Marcegaglia a riguardo delle libere professioni siano già stati assunti da tempo. Due domande vengono quindi spontanee: come può Confindustria nella sua nuova veste di somma predicatrice del liberalismo essersi dimenticato di quanto già ottenuto nel recente passato per ‘ridimensionare’ i professionisti? E ancora ci si chiede come mai le tanto evocate liberalizzazioni dei servizi professionali, per quanto di già attuato, non abbiano portato all’economia italiana quei sorprendenti benefici paventati dagli industriali.
Due domande per un’unica risposta: Confindustria sa benissimo come le proprie idee a riguardo della liberalizzazione dei servizi professionali siano sostanzialmente ininfluenti per il rilancio dell’economia, ma conta sul fatto che possano essere determinanti per la PROPRIA sopravvivenza. Mi spiego: seguendo la strategia dei sindacati della triplice che, in calo di consensi tra i lavoratori si sono rivolti ai pensionati , Confindustria, per bilanciare la contrazione degli associati dovuta alla deindustrializzazione ed all’esodo delle imprese dall’Italia, pensa di mantenere disponibilità economiche e potere egemonizzando i professionisti ed accogliendoli tra le proprie braccia pelose! Perché tollerare ancora un sistema parcellizzato costituito da una moltitudine di piccoli professionisti dotati di capacità e competenze, che si rapportano in modo personale e diretto con i propri clienti, che conoscono e seguono personalmente, applicando giuste tariffe senza lucrare e senza imbrogli? Molto meglio fare piazza pulita di questa concezione antiquata dell’attività professionale, per inquadrare i professionisti entro grossi studi sorretti da società di capitali, venendo a perdere il contatto con il committente ed aprendo la strada ad un rapporto truffaldino e impersonale, con la possibilità magari di fare cartello e comunque di decidere, in pochi, tariffe, servizi, modalità di erogazione delle prestazioni alla clientela. Del resto cosa ci abbiamo guadagnato con la tanto sbandierata liberalizzazione dei prezzi dei carburanti, piuttosto che dei servizi per la telefonia, per l’energia o delle assicurazioni?
Intanto che si concretizza il piano per incorporare i professionisti nella tenaglia del sistema capitalistico fondato sulla dittatura del capitale (altro che liberalizzazioni!) i nostri simpatici, progressisti, illuminati industriali non trovano di meglio che lucrare su coloro che si preparano a fagocitare, offrendo loro prestazioni, consulenze, proponendo sistemi organizzativi e gestionali, non importa se del tutto inadatti alle piccole realtà autonome; sciorinando corsi, pontificando di qualità, efficienza, competitività ed Europa. Attraverso l’eliminazione degli Ordini infatti (non se ne parla esplicitamente nel programma in 5 punti, ma ci pensa direttamente il ministro Tremonti ad interpretare estensivamente questo desiderio inconfessato), si punta a privare i lavoratori autonomi di strutture ed organizzazioni di riferimento, per farli cadere più facilmente nella rete tesa dalle associazioni più organizzate e strutturate.
 luca bertagnon