sabato 22 ottobre 2011

Il PaesaggiATTIVISMO Padano


Percorrendo in automobile la Milano Venezia, all’alba e dopo una notte insonne di pensieri, rallentato dai camion e dal traffico già freneticamente intasato ad orari sempre più improbabili, avvolto da una foschia ovattosa e fredda, intorpidito e afflitto dal paesaggio che faticosamente si scorge da una luce ancora fioca filtrata da un’atmosfera di umidità e smog, trovo facile tregua nell’oblio del sonno e nelle risorse che, gagliardamente, la mia mente pone in campo scovando negli archivi della memoria antica, riversati generosamente nel sogno.
Miracolo di milioni di ordinati impulsi su un soffice letto di massa grassa, riprendo idealmente il viaggio, dallo stesso punto, con la stessa luce e la medesima umida bruma mattinale che filtra il mio sguardo, ma questa volta attorno a me scorgo antichi querceti di pianura, intervallati da macchie di pioppi e di betulle, da aree paludose e da radure. Ampi chiari nel bosco destinati alla coltivazione; e ancora: siepi, canali, boschi e, in lontananza, il grande fiume.
La memoria atavica trasmessa con il DNA non riesce a ricordare, come ovvio, la pianura completamente forestata di quando l’uomo ancora non c’era, ma nitida è l’immagine antica di un paesaggio agrario, ordinato e generoso, che ha dominato fino a un secolo fa. Ancora Marinetti, nell’evocare treni sbuffanti e motori rombanti che solcavano, inni al progresso, la pianura, aveva davanti agli occhi un paesaggio di trame di campi, di siepi, di vie d’acqua, di isolate cascine e di campagna distesa a perdita d’occhio.
Miniera di profitto, culla di progresso e di benessere, la Pianura Padana, in poco meno di un secolo, ha assistito e insieme testimoniato, il progressivo inesorabile passaggio da un’economia agricola ad una industriale ed ora post-industriale; solcata non più solo dalle siepi e dalla trama dei canali, ma dalle strade e dalle infrastrutture ferroviarie della civiltà della comunicazione e degli spostamenti. Quella stessa civiltà che mi vede qui, sopito sul sedile posteriore di un gioiello di lamiere, che, spinto da una tecnologia ormai arcaica di pistoni, bielle e manovelle, procede a passo d’uomo tra la lordura di camion coperti di smog.
E’ il risveglio! E con il risveglio l’infrangersi del ricordo antico di questa che era una bella prosperosa fanciulla e che adesso porta i segni della violenza e del degrado di un’attempata meretrice. Con il risveglio la fine del sogno di un progresso dinamico, della velocità, di una modernità sfavillante, abbagliante eccitazione dei sensi.
L’occhio si riapre, e con la realtà la sensazione di essere assediati, umiliati e violentati da scorie, scarti di un discutibile progresso, incrostazioni del profitto, che ostacolano lo sguardo, frenano la corsa, sviliscono e mortificano.
Alle grandi infrastrutture collettive, segni di conquistato benessere, distintive della nostra civiltà, si incistano, come metastasi, i sotto prodotti dell’utile e dell’effimero: tonnellate di cemento senza una programmazione, senza un disegno, senza un’idea chiare, semplicemente produrre, costruire per vendere, per far girare i capitali, incuranti della qualità del costruito, insensibili al destino legato all’uso, alle prospettive future di quanto realizzato: cimiteri di capannoni abbandonati tra espansioni residenziali ai margini dell’abitato, borghi fantasma e città dormitorio. Il tutto punteggiato di villette a schiera: innovative e moderne illusioni di benessere ed autonoma indipendenza, per poter ospitare il cane in un fazzoletto di giardino e sfoggiare uno stuolo di nanetti multicolori.
Segni di un progresso senza cultura, privo del controllo delle ideologie ma privo anche dell’apporto delle IDEE! Spinto quasi esclusivamente dalla logica di profitto, ha abdicato ad ogni altro valore, noncurante degli effetti sul territorio, sul paesaggio, sulla natura e sull’uomo. Siamo quindi giunti al paradosso di celebrare collettivamente il progresso con l’illusione che sia funzionale all’uomo mentre abbiamo capito essere funzionale agli interessi di pochi”.

Quando assistiamo allo sconcertante spettacolo del nostro aeroporto internazionale di Malpensa assediato dalle villette frutto della speculazione e dell’assenza di controllo e di programmazione abbiamo davvero l’illusione di essere nel progresso? Gigante del futuro ostaggio delle formiche del profitto della furbizia e dell’irresponsabilità diffusa, conseguenza del pilatesco distacco  dei professionisti e degli intellettuali complici silenziosi dello scempio!
Quando viviamo quotidianamente, ormai da mesi, la saga da operetta che si svilisce mortificante, nel bisticcio tra Letizia Moratti e Roberto Formigoni sulle aree per l’expo, pensiamo davvero di essere di fronte ad una delle maggiori sfide per il futuro della Padania: vetrina internazionale ed occasione irripetibile per il nostro territorio?  O non è forse il palesarsi del modello indotto dal più bieco utilitarismo e dall’idea che grandi occasioni di crescita collettiva debbano essere poste al servizio di interessi di pochi anziché il viceversa?
Gli esempi si sprecano, si potrebbe andare avanti all’infinito parlando dell’aeroporto di Montichiari, immolato sull’altare dell’ingordigia di un supermercato (definito in modo più altisonante ‘centro commerciale’); piuttosto che di una Pedemontana al centro di uno sterile dibattito da più di 30 anni  e che, dopo più di 30 anni, costretta ad uno slalom forzoso tra lottizzazioni di villette sorte nel frattempo in fretta e furia, si comincia a realizzare senza un progetto esecutivo che valuti con serietà e puntiglio le criticità e le specificità del territorio su cui insiste.
Ma davvero pensiamo che la nostra società, matura, figlia di secoli di evoluzione e di civiltà, contaminata dall’umanesimo, intrisa di valori eterni ed ideali non sia in grado di capire, di discriminare tra le potenzialità di un aeroporto o di una grande infrastruttura viabilistica e il lamentoso borbottio diffuso ed insistente di pochi che, per interesse personale, per la rendita su lotti di terra ancora liberi, fomentano ed alimentano un’idea di malcontento diffuso per le manifestazioni del progresso e dell’evoluzione? Possiamo credere verosimilmente ad una mobilitazione contro l’aeroporto e ad una supina accettazione dell’assedio continuo, inesorabile ed invasivo del brutto, dello squallido e del mediocre?
Ebbene, la crisi delle ideologie e il sonno della ragione, dal secondo dopoguerra, hanno lasciato campo libero alle istanze del profitto, di un’economia ormai neanche più legata e misurata dalla produzione ma dagli artifici dei capitali. Un’economia ed un capitalismo privi del controllo degli ideali, senza l’apporto critico di istanze culturali ed estetiche, non poteva che produrre le aberrazioni di cui sopra!
Ma allora l’ambiente, la sostenibilità, la pianificazione, il controllo, dove li mettiamo? In una parola:  BUROCRAZIA! Alle distorsioni di un progresso distorto si è aggiunto, negli anni, il dramma di un velleitarismo che ha visto nella burocrazia e nel controllo formale affidato a regole oggettive, la strada per contenere, arginare, indirizzare opportunamente lo strapotere del profitto.
Eccoci quindi, assediati dal profitto e schiavi della burocrazia a riscoprire, timidamente, dalle viscere della società, dalle espressioni più genuine del popolo, le istanze culturali del ricordo, della tradizione, dei valori immortali.
Bollate come localismo, vernacolarismo, folklore, emergono e si riaffacciano istanze culturali autentiche, le sole capaci, discriminando tra bene e male, bello e brutto, autentico ed effimero, di esercitare un controllo sostanziale sulle manifestazioni debordanti e sulle spinte apparentemente incontenibili di un profitto distorto. Solo recuperando una dimensione culturale e sottoponendo le scelte al controllo di logiche sostanziali, dettate dall’estetica, dalla apprezzabilità, dalla funzionalità e non necessariamente assoggettate a sterili indici e alle sole logiche del maggior profitto, sarà possibile recuperare una dimensione di vivibilità e benessere sostanziale per i nostri territori, finalmente ripuliti dai relitti di un progresso malato. Solo così sarà possibile ridimensionare lo strapotere di un approccio burocratico certo non all’altezza del compito che si era prefisso (di controllo e di argine alle manifestazioni estreme ed agli eccessi del profitto), capace solo di complicare, differire, rallentare acriticamente i processi, senza una visione strategica e soprattutto senza essere in grado di discriminare tra bene e male. E’ così che, paradossalmente, la burocrazia, con i maggiori costi che impone, ottiene l’effetto di peggiorare la qualità alla ricerca di un risparmio, anziché stimolarla attraverso l’imposizione di serrati standard. Burocrazia di indici,  di astrazioni e di numeri incapace di cogliere e valorizzare l’innovazione e la sperimentazione, che troppo spesso viene ostacolata, bloccata e mortificata e assolutamente incapace di selezionare e arginare quanto di più brutto ed inutile venga prodotto, purchè rispondente ai numeri, rispettoso degli indici e delle formali procedure.
Ecco l’errore degli intellettuali, degli esteti, dei professionisti, degli amministratori della cosa pubblica: supini alle procedure, intimiditi dalle logiche strette e asciutte dei tecnocrati, abdicano al proprio ruolo e si assoggettano alle aberrazioni e alle vuote liturgie imposte dalla burocrazia. Chi si occupa di sostanza non può pensare di competere sul terreno che non gli è proprio della forma e dell’artificio regolamentare. Risanare un territorio, dargli delle regole, pianificare, significa innanzitutto avere in testa un progetto, saldi sui principi e con chiare categorie estetiche e formali è possibile stabilire regole chiare, manifestare volontà senza fraintendimenti.
In questo la Lega Nord è sempre stata più avanti di tanti altri interlocutori: parole d’ordine come salvaguardia del territorio, contenimento del consumo di suolo, recupero e valorizzazione dei centri storici, sono fondamenti chiari che il Movimento ha sempre condiviso e propugnato. Bisogna semplicemente fare un passo in più, procedere con coraggio nel definire politiche audaci di rilancio e di riordino, consapevoli che per riuscire in questo intento sarà necessario mettere in campo una vera e propria rivoluzione culturale, che identifico con il termine EDENAMISTA (*), che rilanci le stanze estetiche finalizzate al raggiungimento di un reale benessere, anche a costo di sacrificare le aspettative e gli interessi di pochi che dovranno mediare le proprie aspettative di legittimo guadagno, offrendo garanzie reali di qualità e di sostenibilità.
In questo il motore e la spinta degli intellettuali, prima ancora che della politica, è indispensabile ma, con l’accelerazione che contraddistingue la nostra epoca è necessario agire contestualmente su più fronti, consapevoli del fatto che la società più evoluta è pronta e disponibile ad inseguire la qualità, la sostenibilità, l’estetica in vista di uno stato di maggiore e più sostanziale benessere.
Primo e fondamentale passo per gli Amministratori è quello avocare a sé il proprio ruolo e la propria responsabilità di scelta, definendo linee di politica territoriale chiare, consapevoli e coerenti, che sono poi i principi di politica territoriale da sempre propugnati dalla Lega Nord, per le quali assumersi appieno le proprie responsabilità di fronte all’elettorato, sapendo di stare operare nel giusto.
La pianificazione è scelta, è atto politico, la salvaguardia del territorio, dell’ambiente e del paesaggio è compito delle comunità locali, delegato agli intellettuali, ai professionisti e agli amministratori. Il profitto è e deve limitarsi ad essere il motore del cambiamento e la burocrazia va ricondotta a mero strumento per l’assunzione di scelte che sono frutto di pensiero, cultura, tradizioni e sensibilità di una collettività e di un popolo.


Luca Bertagnon

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