venerdì 9 settembre 2011

PER UN’ETICA DELLA RESPONSABILITA’


PER UN’ETICA DELLA RESPONSABILITA’
Di Luca Bertagnon

Interpretare il nostro ruolo di architetti, e quindi di intellettuali, nell’ambito delle tematiche della sicurezza sul lavoro, ci impone lo sforzo di svincolarci dalle logiche tecnicistiche e burocratiche che sembrano monopolizzare il dibattito su questi come su molti altri temi, per riappropriarci della sostanza, dell’ETICA che sta alla base di un argomento che ha implicazioni sulla persona e sulla società come appunto la sicurezza.
Il tema della sicurezza e nello specifico quello della sicurezza sul lavoro, riguarda la percezione che l’individuo ha del pericolo, il suo rapporto con l’azione, più o meno ripetitiva, del lavoro quotidiano in relazione ai rischi connessi con l’esecuzione di tali azioni, riguarda quindi innanzitutto i modi di lavorare, di approcciarsi al lavoro, riguarda la cultura, la permeabilità, la disponibilità, l’attenzione, la prudenza o la spavalderia di ogni singolo individuo lavoratore.
A volte il problema sembra ridursi al fatto di avere o non avere messo il lavoratore nelle condizioni di svolgere un lavoro in sicurezza, garantendogli condizioni di lavoro adeguate, strumentazioni sicure e garantite, dispositivi per la propria incolumità e la salvaguardia contro le dosi di rischio non eliminabili. E questo in moltissime situazioni, quotidianamente riscontrabili, sarebbe già un grande risultato; nella realtà l’obiettivo di fondo, in una logica EDENAMISTA della società (Il termine EDENAMISTA deriva dal concetto di EDENAMISMO: corrente culturale/artistica contemporanea che si esprime attraverso il perseguimento di un equilibro tra le istanze di modernità, progresso, agiatezza e profitto con le esigenze estetiche, culturali, di sperimentazione ed esplorazione, insite nell’individuo, al fine del perseguimento di un benessere sociale diffuso garantito dalla capacità di rispondere ai bisogni materiali e alle esigenze interiori e più profonde dell’uomo che si esaltano nella pace, nella bellezza, nella tensione verso l’ideale. E’ l’eterna ricerca dell’EDEN perduto che si esprime nella tensione DINAMICA verso la prosperità e la bellezza quali estreme sintesi per un reale appagamento, beatitudine, energia e voluttà), dovrebbe essere quello di arrivare a conoscere ed approfondire i meccanismi di pensiero e di azione dell’individuo per comprenderne i punti di vulnerabilità e poter in tal modo agire su questi aspetti specifici per un’azione che sia quanto più incisiva ed efficace possibile.
E’ riduttivo affrontare, da tecnici, il tema della sicurezza sul lavoro nell’ottica dello scarico di responsabilità e nella logica di avere adempiuto correttamente a degli obblighi formali di legge. Questa può essere niente di più che la dimensione del ‘tecnico burocrate’ che nulla ha a che vedere con la consapevolezza del nostro ruolo di intellettuali  e con la volontà di adempiere fino in fondo al nostro ruolo. Da intellettuali, da pensatori, da progettisti che hanno la necessità di conoscere le persone, di entrare nei pensieri degli individui per comprenderli, per orientarne i gusti, per rispondere alle intime esigenze del vivere dell’abitare dell’interpretare gli spazi di relazione, non possiamo accontentarci di applicare pedissequamente delle fredde e riduttive regole normative, di per sé carenti se non correttamente applicate ed interpretate. Il nostro compito è quello di non tanto di applicare bene una regola, ma di arrivare all’obbiettivo! Al pari dell’atto creativo progettuale, dove le regole a volte ci appaiono come una limitazione o un vincolo ad una libera espressività, anche affrontando temi etici come la sicurezza, lo scopo dovrebbe essere quello di raggiungere un traguardo, di raggiungerlo con fantasia e creATTIVITA’, di rispettare le regole e le norme, pur con l’ardore di superarle, di interpretarle, di forzarle, verso un obiettivo più alto, più garantito e in assoluto più performante.
Questo approccio ci divide dai tecnici, e rappresenta un solco profondo tra due mondi che sembrano contigui, a volte sovrapponibili, del tecnico e dell’intellettuale, che deriva  da una formazione differente, da differenti sensibilità, da una preparazione e da modi di operare profondamente distinti. Applicare pedissequamente delle regole e progettare modalità operative in funzione di obiettivi ambiziosi, sono approcci profondamente diversi che noi, come architetti, tendiamo a rimarcare in particolare di fronte all’atto progettuale e che tendiamo invece a dimenticare quando trattiamo di sicurezza. Giovani di questi temi, privi di una formazione specifica, di una memoria generazionale specifica su aspetti sociali come quello della sicurezza sul lavoro, tendiamo ad interpretare il nostro ruolo in modo riduttivo, facendoci sopraffare dalle logiche fredde ed impersonali, anche se spesso molto più comode, di un approccio burocratico e didascalico. Ciò che non tollereremmo come progettisti dello spazio e dell’abitare, disposti a forzare ed interpretare le regole ai nostri scopi e ai nostri traguardi ideali di resa ed interpretazione dello spazio, lo subiamo supinamente quando ‘progettiamo’ la sicurezza di un cantiere o quando ‘progettiamo’ un luogo di lavoro. E’ proprio in questa sottile ma determinante discriminazione che si incunea l’EDENAMISMO propugnando un’autentica etica della responsabilità degli architetti ed in generale dei professionisti che si occupando di sicurezza. Non un’etica dei principi (Gesinnungsethik) - o etica delle intenzioni o delle convinzioni, che fa riferimento a principi assoluti assunti a prescindere dalle conseguenze a cui essi conducono, ma appunto etica della responsabilità (Verantwortungsethik), ovvero quando si bada al rapporto mezzi/fini e alle conseguenze. Senza assumere princìpi assoluti, l’etica della responsabilità agisce tenendo sempre presenti le conseguenza del suo agire: è proprio guardando a tali conseguenze che essa agisce. L’etica della responsabilità, coerentemente con la teoria filosofica weberiana, è indissolubilmente connessa alla politica, proprio perché non perde mai di vista, assumendole a guida, le conseguenze dell’agire.
In un’ottica EDENAMISTA di armonico sviluppo della società, di autentico benessere, di qualità della vita, all’esaltazione della tecnologia, della ricerca spaziale, del benessere dato dalla cura del paesaggio e delle città, non può mancare la spinta verso temi ETICI di medesima natura sociale e collettiva quali la garanzia di sicurezza, il benessere sui luoghi di lavoro, la produttività all’insegna della qualità della vita e non la vita al servizio della produttività.
Per l’intellettuale progettista, il tema del benessere urbano, abitativo, spaziale, deve avere la stessa dignità della ricerca di un analogo benessere attraverso la garanzia di una reale qualità nel lavoro e del raggiungimento di efficaci standard di sicurezza.
Il livello di progettualità della sicurezza va quindi dimensionato non sulla capacità di applicare regole già scritte ma su obiettivi di progetto che sono non solo e non tanto l’assenza di incidenti e di infortuni, ma il raggiungimento di livelli di qualità nel lavoro, di coscienza e di consapevolezza da parte del lavoratore, tali da garantire standard elevati anche nell’atto costruttivo edificatorio e non solamente nel momento in cui la costruzione è terminata e si propone con le proprie frutto della ricerca, delle scelte estetiche e formali del progettista che l’ha ideata.
E qui, da ultimo, entriamo nella ‘terra di mezzo’, in quel territorio dimenticato, o al meglio sottovalutato, nel quale i due mondi del progetto formale e della sicurezza entrano direttamente in contatto, nel quale progettista architettonico e progettista della sicurezza si fondono, si completano, configgono. E’ l’ambito operativo più delicato e complesso proprio a causa della sovrapposizione dei ruoli: quello del progetto IN SICUREZZA, da non confondere con il progetto DELLA SICUREZZA appena trattato. Progettare IN SICUREZZA non significa unicamente trattare delle linee vita o dei corredi per le banali manutenzioni quali la pulizia dei vetri di un grattacielo di cristallo o programmare la tempistica per le manutenzioni indispensabili su delicati apparati deperibili; si tratta, più ampiamente, dell’interpretazione dello spazio, delle azioni dell’abitare e dell’intervenire sull’edificio evitando il più possibile rischi, per i fruitori e per i manutentori. Anche in questo caso non manca il corredo di regole e regolette che ci garantiscono su questo versante. L’approccio EDENAMISTA è proprio quello che, meglio di altri, interpreta la capacità e la volontà di regolare i rapporti in questa ‘terra di mezzo’ ricordando l’importanza delle suggestioni architettoniche e spaziali senza dimenticare, in un’ottica di complessità per il benessere e di interdisciplinarietà per la qualità, aspetti legati alla vivibilità, alla sostenibilità energetica, alla sicurezza. EDENAMISMO quindi, come  GOVERNO DELLA COMPLESSITA’ che, come tale, trova la sua massima espressione nei territori di confine tra etica della responsabilità, estetica, tecnologia e progresso.
Alla base di tutto è la cultura, la disponibilità ad approcciarsi alla complessità, che genera consapevolezza del proprio ruolo e detta gli obiettivi. Da qui il progettista con le armi della conoscenza, della propria professionalità, con le conquiste della tecnologia e del progresso, è in grado di proporre la sintesi necessaria a garantire la massima qualità possibile.
Quello che manca troppo spesso è proprio la disponibilità, che fa venire meno la consapevolezza del ruolo. E qui mi riallaccio al tema introduttivo: consapevolezza del ruolo significa, progettando la sicurezza, disponibilità ad affrontare temi a non del tutto familiari come: la percezione che l’individuo ha del pericolo, il suo rapporto con l’azione del lavoro quotidiano, i modi di lavorare, di approcciarsi al lavoro, la cultura, la permeabilità, la disponibilità, l’attenzione, la prudenza o la spavalderia di ogni singolo individuo lavoratore.
Il progetto della sicurezza assume quindi la valenza di un lavoro etico che affronti, analizzi e si ponga criticamente ed intelligentemente di fronte all’individuo lavoratore, con le sue sensibilità, la sua cultura, le sue pulsioni e suoi desideri al pari di quello che, più abitualmente, si fa con il tradizionale interlocutore/cliente nell’affrontare il tema, assai delicato e personale, del progetto della casa di abitazione.

Nessun commento:

Posta un commento