PER UN’ETICA DELLA RESPONSABILITA’
Di
Luca Bertagnon
Interpretare il nostro ruolo di
architetti, e quindi di intellettuali, nell’ambito delle tematiche della
sicurezza sul lavoro, ci impone lo sforzo di svincolarci dalle logiche
tecnicistiche e burocratiche che sembrano monopolizzare il dibattito su questi
come su molti altri temi, per riappropriarci della sostanza, dell’ETICA che sta
alla base di un argomento che ha implicazioni sulla persona e sulla società
come appunto la sicurezza.
Il tema della sicurezza e nello
specifico quello della sicurezza sul lavoro, riguarda la percezione che
l’individuo ha del pericolo, il suo rapporto con l’azione, più o meno ripetitiva,
del lavoro quotidiano in relazione ai rischi connessi con l’esecuzione di tali
azioni, riguarda quindi innanzitutto i modi di lavorare, di approcciarsi al
lavoro, riguarda la cultura, la permeabilità, la disponibilità, l’attenzione,
la prudenza o la spavalderia di ogni singolo individuo lavoratore.
A volte il problema sembra ridursi
al fatto di avere o non avere messo il lavoratore nelle condizioni di svolgere
un lavoro in sicurezza, garantendogli condizioni di lavoro adeguate,
strumentazioni sicure e garantite, dispositivi per la propria incolumità e la
salvaguardia contro le dosi di rischio non eliminabili. E questo in moltissime
situazioni, quotidianamente riscontrabili, sarebbe già un grande risultato;
nella realtà l’obiettivo di fondo, in una logica EDENAMISTA della società (Il termine EDENAMISTA deriva dal concetto di
EDENAMISMO: corrente culturale/artistica contemporanea che si esprime
attraverso il perseguimento di un equilibro tra le istanze di modernità,
progresso, agiatezza e profitto con le esigenze estetiche, culturali, di
sperimentazione ed esplorazione, insite nell’individuo, al fine del
perseguimento di un benessere sociale diffuso garantito dalla capacità di
rispondere ai bisogni materiali e alle esigenze interiori e più profonde dell’uomo
che si esaltano nella pace, nella bellezza, nella tensione verso l’ideale. E’
l’eterna ricerca dell’EDEN perduto che si esprime nella tensione DINAMICA verso
la prosperità e la bellezza quali estreme sintesi per un reale appagamento,
beatitudine, energia e voluttà), dovrebbe essere quello di arrivare a
conoscere ed approfondire i meccanismi di pensiero e di azione dell’individuo
per comprenderne i punti di vulnerabilità e poter in tal modo agire su questi
aspetti specifici per un’azione che sia quanto più incisiva ed efficace
possibile.
E’ riduttivo affrontare, da
tecnici, il tema della sicurezza sul lavoro nell’ottica dello scarico di
responsabilità e nella logica di avere adempiuto correttamente a degli obblighi
formali di legge. Questa può essere niente di più che la dimensione del
‘tecnico burocrate’ che nulla ha a che vedere con la consapevolezza del nostro
ruolo di intellettuali e con la volontà
di adempiere fino in fondo al nostro ruolo. Da intellettuali, da pensatori, da
progettisti che hanno la necessità di conoscere le persone, di entrare nei
pensieri degli individui per comprenderli, per orientarne i gusti, per
rispondere alle intime esigenze del vivere dell’abitare dell’interpretare gli
spazi di relazione, non possiamo accontentarci di applicare pedissequamente
delle fredde e riduttive regole normative, di per sé carenti se non
correttamente applicate ed interpretate. Il nostro compito è quello di non
tanto di applicare bene una regola, ma di arrivare all’obbiettivo! Al pari
dell’atto creativo progettuale, dove le regole a volte ci appaiono come una
limitazione o un vincolo ad una libera espressività, anche affrontando temi
etici come la sicurezza, lo scopo dovrebbe essere quello di raggiungere un
traguardo, di raggiungerlo con fantasia e creATTIVITA’, di rispettare le regole
e le norme, pur con l’ardore di superarle, di interpretarle, di forzarle, verso
un obiettivo più alto, più garantito e in assoluto più performante.
Questo approccio ci divide dai
tecnici, e rappresenta un solco profondo tra due mondi che sembrano contigui, a
volte sovrapponibili, del tecnico e dell’intellettuale, che deriva da una formazione differente, da differenti
sensibilità, da una preparazione e da modi di operare profondamente distinti.
Applicare pedissequamente delle regole e progettare modalità operative in
funzione di obiettivi ambiziosi, sono approcci profondamente diversi che noi,
come architetti, tendiamo a rimarcare in particolare di fronte all’atto
progettuale e che tendiamo invece a dimenticare quando trattiamo di sicurezza.
Giovani di questi temi, privi di una formazione specifica, di una memoria
generazionale specifica su aspetti sociali come quello della sicurezza sul
lavoro, tendiamo ad interpretare il nostro ruolo in modo riduttivo, facendoci
sopraffare dalle logiche fredde ed impersonali, anche se spesso molto più
comode, di un approccio burocratico e didascalico. Ciò che non tollereremmo
come progettisti dello spazio e dell’abitare, disposti a forzare ed
interpretare le regole ai nostri scopi e ai nostri traguardi ideali di resa ed
interpretazione dello spazio, lo subiamo supinamente quando ‘progettiamo’ la
sicurezza di un cantiere o quando ‘progettiamo’ un luogo di lavoro. E’ proprio
in questa sottile ma determinante discriminazione che si incunea l’EDENAMISMO
propugnando un’autentica etica della responsabilità degli architetti ed in
generale dei professionisti che si occupando di sicurezza. Non un’etica dei
principi (Gesinnungsethik) - o etica delle intenzioni o delle
convinzioni, che fa riferimento a principi assoluti assunti a prescindere dalle
conseguenze a cui essi conducono, ma appunto etica della responsabilità
(Verantwortungsethik), ovvero quando si bada al rapporto mezzi/fini e
alle conseguenze. Senza assumere princìpi assoluti, l’etica della responsabilità
agisce tenendo sempre presenti le conseguenza del suo agire: è proprio
guardando a tali conseguenze che essa agisce. L’etica della responsabilità,
coerentemente con la teoria filosofica weberiana, è indissolubilmente connessa
alla politica, proprio perché non perde mai di vista, assumendole a guida, le
conseguenze dell’agire.
In un’ottica EDENAMISTA di armonico
sviluppo della società, di autentico benessere, di qualità della vita,
all’esaltazione della tecnologia, della ricerca spaziale, del benessere dato
dalla cura del paesaggio e delle città, non può mancare la spinta verso temi ETICI
di medesima natura sociale e collettiva quali la garanzia di sicurezza, il
benessere sui luoghi di lavoro, la produttività all’insegna della qualità della
vita e non la vita al servizio della produttività.
Per l’intellettuale progettista, il
tema del benessere urbano, abitativo, spaziale, deve avere la stessa dignità
della ricerca di un analogo benessere attraverso la garanzia di una reale
qualità nel lavoro e del raggiungimento di efficaci standard di sicurezza.
Il livello di progettualità della
sicurezza va quindi dimensionato non sulla capacità di applicare regole già
scritte ma su obiettivi di progetto che sono non solo e non tanto l’assenza di
incidenti e di infortuni, ma il raggiungimento di livelli di qualità nel
lavoro, di coscienza e di consapevolezza da parte del lavoratore, tali da
garantire standard elevati anche nell’atto costruttivo edificatorio e non
solamente nel momento in cui la costruzione è terminata e si propone con le
proprie frutto della ricerca, delle scelte estetiche e formali del progettista
che l’ha ideata.
E qui, da ultimo, entriamo nella
‘terra di mezzo’, in quel territorio dimenticato, o al meglio sottovalutato, nel
quale i due mondi del progetto formale e della sicurezza entrano direttamente
in contatto, nel quale progettista architettonico e progettista della sicurezza
si fondono, si completano, configgono. E’ l’ambito operativo più delicato e
complesso proprio a causa della sovrapposizione dei ruoli: quello del progetto
IN SICUREZZA, da non confondere con il progetto DELLA SICUREZZA appena trattato.
Progettare IN SICUREZZA non significa unicamente trattare delle linee vita o
dei corredi per le banali manutenzioni quali la pulizia dei vetri di un
grattacielo di cristallo o programmare la tempistica per le manutenzioni
indispensabili su delicati apparati deperibili; si tratta, più ampiamente,
dell’interpretazione dello spazio, delle azioni dell’abitare e dell’intervenire
sull’edificio evitando il più possibile rischi, per i fruitori e per i
manutentori. Anche in questo caso non manca il corredo di regole e regolette
che ci garantiscono su questo versante. L’approccio EDENAMISTA è proprio quello
che, meglio di altri, interpreta la capacità e la volontà di regolare i
rapporti in questa ‘terra di mezzo’ ricordando l’importanza delle suggestioni
architettoniche e spaziali senza dimenticare, in un’ottica di complessità per
il benessere e di interdisciplinarietà per la qualità, aspetti legati alla
vivibilità, alla sostenibilità energetica, alla sicurezza. EDENAMISMO quindi,
come GOVERNO DELLA COMPLESSITA’ che,
come tale, trova la sua massima espressione nei territori di confine tra etica
della responsabilità, estetica, tecnologia e progresso.
Alla base di tutto è la cultura, la
disponibilità ad approcciarsi alla complessità, che genera consapevolezza del
proprio ruolo e detta gli obiettivi. Da qui il progettista con le armi della
conoscenza, della propria professionalità, con le conquiste della tecnologia e
del progresso, è in grado di proporre la sintesi necessaria a garantire la
massima qualità possibile.
Quello che manca troppo spesso è
proprio la disponibilità, che fa venire meno la consapevolezza del ruolo. E qui
mi riallaccio al tema introduttivo: consapevolezza del ruolo significa,
progettando la sicurezza, disponibilità ad affrontare temi a non del tutto
familiari come: la percezione che l’individuo ha del pericolo, il suo rapporto
con l’azione del lavoro quotidiano, i modi di lavorare, di approcciarsi al
lavoro, la cultura, la permeabilità, la disponibilità, l’attenzione, la
prudenza o la spavalderia di ogni singolo individuo lavoratore.
Il progetto della sicurezza assume
quindi la valenza di un lavoro etico che affronti, analizzi e si ponga criticamente
ed intelligentemente di fronte all’individuo lavoratore, con le sue
sensibilità, la sua cultura, le sue pulsioni e suoi desideri al pari di quello
che, più abitualmente, si fa con il tradizionale interlocutore/cliente nell’affrontare
il tema, assai delicato e personale, del progetto della casa di abitazione.
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