giovedì 18 agosto 2011

PER UN’ARCHITETTURA RISPETTOSA DELLA NATURA E DELL’UOMO


Ci risulta difficile argomentare di architettura: dimenticata tradita, villaneggiata, snobbata. E’ concepibile un architetto che non si occupi di architettura, che non si abbeveri quotidianamente alla fonte della propria ispirazione, che non si nutra  nella forma, nella materia e nella luce?
Domanda retorica nella società sottomessa all’utile e al capitale, succube delle logiche dettate dall’economia. Al capitale e all’economia non servono architetti ma semplicemente tecnici dediti all’edilizia, finalizzati agli interessi ed alle priorità del capitale. Tecnici per progettare e curare la realizzazione di palazzine e villette tutte uguali, di capannoni costruiti secondo modelli standardizzati e prefabbricati, omologati all’unico criterio imprescindibile: quello della minor spesa nella fase realizzativa per ottenere il massimo guadagno in fase di vendita.
Tecnici disposti ad impestare periferie, fondovalle e aree agricole di capannoni che, questi sì, se fossero tutti uguali, sarebbe già un bel risultato.
Questo è il male, questo il difetto: le scorie di un’idea distorta di progresso, figlio dell’utile e non della qualità. Non architettura da ‘curare’ dunque, ma scorie da smaltire! Questo il grosso salto culturale da compiere: DISTINGUERE tra architettura e incrostazioni di cemento sul territorio, tra ARCHITETTI, tecnici e burocrati.
In funzione del problema cambia radicalmente la cura. In particolare nonostante le tante brutture e delle cattive realizzazioni spinte dal profitto, gli architetti non hanno del tutto dimenticato le ragioni profonde dei propri studi, l’amore per la ricerca estetica, per l’arte, la forma e hanno continuato a sperimentare, a studiare, a capire. I più hanno dovuto lavorare per sé stessi, senza sbocchi su un mercato poco interessato alle loro intenzioni e alle loro idee. Alcuni, più capaci, hanno avuto anche la forza di proporsi e imporsi ad un sistema comunque alla ricerca di suggestioni e di modelli. Altri ancora si sono semplicemente appiattiti e, completamente succubi, hanno recitato fino in fondo la parte dei tecnici che veniva richiesta loro. Ma anche costoro rappresentano una risorsa, in ragione dei loro studi della loro cultura e sostenibilità. L’Architettura con la A maiuscola, marginalizzata rispetto all’edilizia riproduttiva, ma libera da stereotipi e da modelli totalizzanti e omologanti (lo stile dominante), ha vissuto una straordinaria stagione di sperimentazione, di ideazione, di ricerca di forme e suggestioni nuove, che in parte si è concretizzata in realizzazioni tangibili, in parte è rimasta sulla carta, pronta a manifestarsi ed erompere.
Cambiare parametri, mediare il profitto con l’estetica e la sostenibilità, liberandosi dall’idea di un controllo affidato alla burocrazia per tornare ad affidarsi ad istanze più raffinate come la condivisione ed il comune apprezzamento per la qualità. Questa la ricetta per ‘curare’ l’architettura, estirpando le incrostazioni, smaltendo le scorie ed investendo, liberando energie, offrendo spazi di espressività nuova, di qualità, di vero progresso, di identità, di cultura. Non uno stile dominante dunque, non una ricetta per rendere l’architettura a misura d’uomo, ma semplicemente fare spazio, costruire opportunità e consentire agli architetti di esprimersi, alla ricerca e all’architettura migliore di essere rappresentata. Allora sì sarà possibile una nuova qualità, un nuovo rapporto con il contesto, la possibilità di un recuperato concetto di paesaggio, una reale salvaguardia del territorio. Macchine per abitare moderne, estetiche e tecnologiche, funzionali alla qualità della vita e quindi al rispetto e alla valorizzazione del contesto e del paesaggio. Anche questo è EDENAMISMO.

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