Mi sono impegnato a restare nell’orbita
del DEMOLIZIONISMO, è quindi utile prendere un po’ le misure di questo ‘filone
di pensiero’, affrontando gli anfratti più profondi dell’indispensabile atto
demolitorio, per dimostrare come la demolizione sia l’altra faccia della
rigenerazione.
La questione è molto semplice: le fasi
stabili, democratiche, di progresso e di benessere, come quella che
indubbiamente abbiamo vissuto negli ultimi 50 anni, producono meraviglie e
lasciano scorie sul terreno, e ciò avviene anche a livello del corpo sociale. In particolare, mentre
nella fase post bellica e della ripartenza vi fu un impegno quasi unanime nella
direzione della rinascita e dello sviluppo, con la conquista dei primi spazi di
benessere e dei primi traguardi in campo economico, hanno cominciato a
manifestarsi con sempre maggiore evidenza le sacche di parassitismo di tutti
coloro che trovavano più comodo accomodarsi sul lavoro e sull’impegno degli
altri, per evitare fatiche, rischi e preoccupazioni di sorta. Il problema è
squisitamente aritmetico ed il discrimine è dettato dalla percentuale di chi
produce rispetto alla percentuale di chi trova il modo di farsi mantenere dal
sistema. E’ evidente che se 90 producono e 10 si accomodano (come poteva essere
nelle prime fasi della ripresa) permangono ancora notevoli spazi di crescita e
di miglioramento della situazione generale, ma se la percentuale si inverte (e
certamente non siamo ancora in tale nefasta prospettiva), non può esserci altro
che un generale tracollo.
Non è necessario allora scomodare
complesse teorie macro economiche o monetarie per comprendere l’essenza della
crisi, è sufficiente aprire gli occhi e,
guardandosi intorno, stimare l’entità di produttori rispetto ai parassiti
(ancorché la distinzione tra le due categorie sia alquanto fluida e poco
incline alle semplificazioni).
Va poi aggiunto che, mentre in una prima
fase del lungo periodo di sviluppo che ha contraddistinto l’ultimo mezzo
secolo, potevamo collocare geograficamente le sacche di parassitismo, con
l’evolversi del fenomeno, lo stesso ha assunto forme nuove, più complesse,
dilagando senza controllo a tutti i livelli ed in tutto il Paese, pur
mantenendo proporzioni molto differenti tra Nord e Sud e tra le diverse realtà
locali. Il nuovo parassitismo si è istituzionalizzato, è stato sdoganato e
benedetto dalla burocrazia, che ha indotto nuovi bisogni, spesso del tutto
fittizi, per giustificare la presenza di un esercito di addetti del settore terziario
direzionale e dei servizi, impegnati nella quotidiana opera di districo di
matasse che essi stessi sono chiamati, per altri versi ad ingarbugliare.
Sarebbe stato facile scagliarsi sulle false pensioni di invalidità, sugli
sprechi, o sulle maxi rendite degli alti funzionari, lì sì adoperando il
piccone; il problema è invece nell’involuzione sistematica, progressiva,
accettata da tutti, di un sistema che scelleratamente colpisce i produttori, e
quindi la propria forza e la propria ricchezza, per spostare l’interesse, le
tutele, le garanzie ed i privilegi sui funzionari, sui burocrati, sugli
impiegati, sui lavori di intelletto, degradando il lavoro manuale, la capacità
d’impresa, l’iniziativa privata, costantemente ostacolata, penalizzata, costretta
ad incomprensibili ed ingiustificate gimcane tra leggi, regolamenti, controlli,
prescrizioni. Da tutto ciò origina e si alimenta la corruzione dilagante e
naturalmente la crisi di un sistema che, assediato, e di fatto dominato da
parassiti, fatica a scrollarseli di dosso per ripartire, perché si tratta ormai
di un sistema vecchio, sopito, accomodato. Siamo al paradosso per il quale i
parassiti al potere hanno la forza e l’arroganza di accusare di parassitismo
coloro che li sfamano e li mantengono. E faccio qui esplicito riferimento alla
vergognosa campagna di stampa dell’estate con la quale in maniera semplicistica
generalizzata e grottesca si accusava di parassitismo un generico ‘evasore
fiscale’, da parte di uno Stato, e quindi di una collettività che nello Stato
si rappresenta, insaziabile, incapace di un’oculata gestione del danaro
pubblico, permeata da un’elevata corruzione e soprattutto sempre meno disposta
a lavorare, a produrre, ad innovare, a mettersi in gioco.
Si capisce quindi come in una situazione così
compromessa non si possa intervenire con il piccone, ma neppure con il bisturi.
Siamo affetti da una subdola malattia auto immune che può essere debellata o
con una cura drastica, come paventa qualcuno, che porterebbe ad una facile
morte del paziente, o con un paziente lavoro di rigenerazione sociale,
attraverso la riscoperta dei valori, dell’identità, attraverso un nuovo patto generazionale che si poggi sulla prospettiva
di un progresso sociale che non sia asettico, monetario e genericamente mondialista,
ma che si saldi sull’appartenenza ad un territorio e ad un popolo, per marciare
uniti verso il futuro. E’ la prospettiva Edenamista, che considera come il
progresso si attui attraverso una alternanza tra fasi stabili di crescita e
sconvoglimenti dinamici che rimescolano le carte per ripartire verso uno stadio
successivo, ma che al contempo opera per controllare il più possibile le fasi
di cambiamento al fine di limitarne gli effetti più deleteri, dolorosi e
drammatici; in questa prospettiva si pone, ambiziosamente, questo periodico di
opinione che si propone di rivalutare la nostra identità, l’amore per la nostra
terra, il nostro passato ed il nostro prossimo.
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