Il sibilo è quello dell’aria sferzata a
più di 300 all’ora. Palo, palo, palo, palo, barriereeeeeeera, palo…. anche se
in vero, ad una simile velocità si fatica a percepire ciò che scorre in primo
piano, mentre si coglie, eccome, tutto ciò che sta ad una certa distanza: case,
capannoni, palazzine, di nuovo capannoni, ancora capannoni, qualche antica casa
colonica, poche siepi e, tra l’ingombro di queste assidue presenze, … i campi. Triste destino per uno dei granai
d’Europa e certamente per quella che per lungo tempo è stata la maggiore fonte
di produzione di materie prime alimentari della penisola: la Pianura Padana.
L’amata Padania, evocata, celebrata, riconosciuta per le sue virtù, così
indissolubilmente legata all’agricoltura, al cibo, al foraggio al grano, al
paesaggio, al clima, alla nebbia, al Grande Fiume, … è stata violentata,
lordata, disseminata di scorie di un progresso distorto, compiuto a spese del
territorio, che sta manifestando ogni giorno di più i suoi limiti e le sue criticità.
La stessa tratta dell’alta velocità che
attraversa, parallela al Po, tutta la Pianura, si sarebbe potuta costruire in
trincea, limitandone il disturbo e l’impatto percettivo, secondo logiche ormai
riconosciute, accettate e consolidate, e peraltro utilizzate nella costruzione,
già molti anni fa dell’alta velocità francese, ma si è preferito costruirla a
raso o addirittura in rilevato, dotandola a sua volta di barriere in
corrispondenza di case o di aree produttive, ovvero lungo quasi tutto il suo sviluppo.
Ma del resto, ci si domanda, perché mai avere cura nella costruzione della
linea dell’alta velocità quando, a pochi metri, si dipana il nastro d’asfalto
della A1 e quando tutt’attorno è un susseguirsi di edilizia improvvisata,
decadente e deteriore. Anzi, in questo retro, in questa discarica di
‘progresso’ che è una certa parte della Pianura Padana, passa il treno quale
elemento di qualità, di modernità, di dinamismo e di moto. Una linea che in
altri luoghi del mondo sarebbe bollata come una vergogna, uno scempio
paesaggistico da rimuovere, nel contesto deteriorato in cui si colloca diventa
quasi un elemento di continuità e di pregio.
Si è costruito negli ultimi 50 anni in
Pianura Padana, si è costruito molto, si è costruito troppo e si è costruito
male. La vocazione agricola è stata soppiantata da una spiccata
imprenditorialità dei suoi abitanti che ne hanno visto le potenzialità in
termini di produzione industriale, soprattutto in relazione alla presenza delle
direttrici di trasporto est-ovest. La presenza delle attività industriali, che
si somma ai volumi realizzati a servizio dell’agricoltura e dell’allevamento
intensivi, hanno attratto le abitazioni. La speculazione, legata alla capacità
di traino che l’edilizia ha da sempre esercitato sull’economia, ha fatto il
resto, fino a portare questa tendenza, utilitaristica e speculativa, al
massimo: si sono costruite case, spazi commerciali, centri direzionali, al solo
fine di costruire, di realizzare dei beni con un valore potenziale, anche se
esorbitanti, senza futuro e senza mercato.
Quello che l’industria di stato
dell’Unione Sovietica faceva l tempo della guerra fredda con gli orologi e con
i trattori: produrre tanto per produrre, pur in assenza di un mercato che
recepisse quanto era stato realizzato, è stato riproposto in forme nuove dal
moderno capitalismo finanziario in Padania: costruire tanto per costruire,
anche se non si venderà mai! Quanto costruito rappresenta comunque un valore,
del tutto astratto ma comunque un valore, quanto basta nella logica
capitalistico finanziaria virtuale attuale.
Peccato che, come al solito, i benefici di
queste operazioni finanziario-speculative siano godute da pochi mentre i costi
ricadano su tutti. Se infatti la produzione industriale o artigianale, ancorché
sviluppatasi senza ordine, senza pianificazione e senza rispetto per il
territorio, porta benefici a lungo termine al sistema economico locale,
l’edilizia speculativa senza sbocco e senza mercato, dopo aver generato la
quota di PIL derivante dalla sua realizzazione, resta sul terreno come una
scoria, che deturpa, che sottrae terreno fertile, e che deve essere smaltita.
Altro che rigenerazione urbana quindi, rigenerazione di un territorio,
ripristino degli originari valori, recupero delle bellezza e dell’attrattività
che storicamente questa terra ha saputo esprimere. Le prospettive poco
incoraggianti di uno sviluppo distorto ci fanno rimpiangere quelle aree che, da
sempre considerate depresse, hanno la capacità di rilanciarsi proprio in
funzione del fatto che hanno mantenuto i propri valori tradizionali, la qualità
dell’edificato e del paesaggio, dell’ambiente e della qualità della vita,
rappresentando un’attrazione verso quello che finalmente si sta riconoscendo
come la reale ricchezza della penisola: il territorio, l’arte, l’architettura e
l’edilizia storica, il paesaggio.
La Pianura Padana conserva forti
potenzialità in tal senso bisogna solo avere il coraggio di intraprendere una
grande opera di rigenerazione territoriale che passi attraverso l’inevitabile
eliminazione delle scorie, che un domani, in piccole dosi saranno testimonianze
da conservare e valorizzare, ma che adesso sono solo da DEMOLIRE! Demolire,
demolire, demolire, solo così, liberandola dalle incrostazioni, ritroveremo lo
splendore della nostra amata terra e percepiremo la grande barriera che negli
anni si è eretta lungo il Po, con il potenziamento e l’allargamento progressivo
della A1 e con i rilevati e le bastionate dell’alta velocità, potendo così
decidere cosa farne ….
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