sabato 20 aprile 2013

RIGENERAZIONE PADANA


Il sibilo è quello dell’aria sferzata a più di 300 all’ora. Palo, palo, palo, palo, barriereeeeeeera, palo…. anche se in vero, ad una simile velocità si fatica a percepire ciò che scorre in primo piano, mentre si coglie, eccome, tutto ciò che sta ad una certa distanza: case, capannoni, palazzine, di nuovo capannoni, ancora capannoni, qualche antica casa colonica, poche siepi e, tra l’ingombro di queste assidue presenze,  … i campi. Triste destino per uno dei granai d’Europa e certamente per quella che per lungo tempo è stata la maggiore fonte di produzione di materie prime alimentari della penisola: la Pianura Padana. L’amata Padania, evocata, celebrata, riconosciuta per le sue virtù, così indissolubilmente legata all’agricoltura, al cibo, al foraggio al grano, al paesaggio, al clima, alla nebbia, al Grande Fiume, … è stata violentata, lordata, disseminata di scorie di un progresso distorto, compiuto a spese del territorio, che sta manifestando ogni giorno di più i suoi limiti e le sue criticità.
La stessa tratta dell’alta velocità che attraversa, parallela al Po, tutta la Pianura, si sarebbe potuta costruire in trincea, limitandone il disturbo e l’impatto percettivo, secondo logiche ormai riconosciute, accettate e consolidate, e peraltro utilizzate nella costruzione, già molti anni fa dell’alta velocità francese, ma si è preferito costruirla a raso o addirittura in rilevato, dotandola a sua volta di barriere in corrispondenza di case o di aree produttive, ovvero lungo quasi tutto il suo sviluppo. Ma del resto, ci si domanda, perché mai avere cura nella costruzione della linea dell’alta velocità quando, a pochi metri, si dipana il nastro d’asfalto della A1 e quando tutt’attorno è un susseguirsi di edilizia improvvisata, decadente e deteriore. Anzi, in questo retro, in questa discarica di ‘progresso’ che è una certa parte della Pianura Padana, passa il treno quale elemento di qualità, di modernità, di dinamismo e di moto. Una linea che in altri luoghi del mondo sarebbe bollata come una vergogna, uno scempio paesaggistico da rimuovere, nel contesto deteriorato in cui si colloca diventa quasi un elemento di continuità e di pregio.
Si è costruito negli ultimi 50 anni in Pianura Padana, si è costruito molto, si è costruito troppo e si è costruito male. La vocazione agricola è stata soppiantata da una spiccata imprenditorialità dei suoi abitanti che ne hanno visto le potenzialità in termini di produzione industriale, soprattutto in relazione alla presenza delle direttrici di trasporto est-ovest. La presenza delle attività industriali, che si somma ai volumi realizzati a servizio dell’agricoltura e dell’allevamento intensivi, hanno attratto le abitazioni. La speculazione, legata alla capacità di traino che l’edilizia ha da sempre esercitato sull’economia, ha fatto il resto, fino a portare questa tendenza, utilitaristica e speculativa, al massimo: si sono costruite case, spazi commerciali, centri direzionali, al solo fine di costruire, di realizzare dei beni con un valore potenziale, anche se esorbitanti, senza futuro e senza mercato.
Quello che l’industria di stato dell’Unione Sovietica faceva l tempo della guerra fredda con gli orologi e con i trattori: produrre tanto per produrre, pur in assenza di un mercato che recepisse quanto era stato realizzato, è stato riproposto in forme nuove dal moderno capitalismo finanziario in Padania: costruire tanto per costruire, anche se non si venderà mai! Quanto costruito rappresenta comunque un valore, del tutto astratto ma comunque un valore, quanto basta nella logica capitalistico finanziaria virtuale attuale.
Peccato che, come al solito, i benefici di queste operazioni finanziario-speculative siano godute da pochi mentre i costi ricadano su tutti. Se infatti la produzione industriale o artigianale, ancorché sviluppatasi senza ordine, senza pianificazione e senza rispetto per il territorio, porta benefici a lungo termine al sistema economico locale, l’edilizia speculativa senza sbocco e senza mercato, dopo aver generato la quota di PIL derivante dalla sua realizzazione, resta sul terreno come una scoria, che deturpa, che sottrae terreno fertile, e che deve essere smaltita. Altro che rigenerazione urbana quindi, rigenerazione di un territorio, ripristino degli originari valori, recupero delle bellezza e dell’attrattività che storicamente questa terra ha saputo esprimere. Le prospettive poco incoraggianti di uno sviluppo distorto ci fanno rimpiangere quelle aree che, da sempre considerate depresse, hanno la capacità di rilanciarsi proprio in funzione del fatto che hanno mantenuto i propri valori tradizionali, la qualità dell’edificato e del paesaggio, dell’ambiente e della qualità della vita, rappresentando un’attrazione verso quello che finalmente si sta riconoscendo come la reale ricchezza della penisola: il territorio, l’arte, l’architettura e l’edilizia storica, il paesaggio.
La Pianura Padana conserva forti potenzialità in tal senso bisogna solo avere il coraggio di intraprendere una grande opera di rigenerazione territoriale che passi attraverso l’inevitabile eliminazione delle scorie, che un domani, in piccole dosi saranno testimonianze da conservare e valorizzare, ma che adesso sono solo da DEMOLIRE! Demolire, demolire, demolire, solo così, liberandola dalle incrostazioni, ritroveremo lo splendore della nostra amata terra e percepiremo la grande barriera che negli anni si è eretta lungo il Po, con il potenziamento e l’allargamento progressivo della A1 e con i rilevati e le bastionate dell’alta velocità, potendo così decidere cosa farne ….

Luca Bertagnon

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