Mi sono impegnato a rimanere aderente al
tema del DEMOLIZIONISMO, allo scopo di familiarizzare con questo concetto, verso
una generale presa di coscienza sulla necessità di una netta cesura con
un’esperienza storica che, in atto dal secondo Dopoguerra, sta dando evidenti
segni di cedimento.
Riconoscenti con il passato prossimo
dobbiamo saper coglierne gli aspetti positivi: il progresso, il benessere,
l’enorme innalzamento dell’aspettativa di vita ed, in generale, la diffusione
di una migliore qualità della vita indipendentemente dall’appartenenza ad una
determinata classe sociale; ma dobbiamo anche essere capaci di comprendere come
sia arrivato il momento di voltare pagina, superando gli aspetti più ingiusti e
deteriori di un capitalismo che ha assunto le sembianze dell’affarismo ingordo
e disumano.
In nome del capitale e degli affari
vorrebbero privarci delle nostre radici e della nostra identità, vorrebbero
cancellare la memoria, globalizzando la cultura, impersonale e anonima.
Demolire quindi per rompere con
un’esperienza nella quale non riusciamo più a riconoscerci, per cancellare i
monumenti di una tirannia del denaro che appaiono ai nostri occhi come relitti
e scorie di una stagione che volge definitivamente al termine.
Che ne facciamo allora dei servi, dei
burattini, dei lacchè di questo sistema di potere che sembrava imbattibile?
Semplice, semplicemente li ROTTAMIAMO! E qui non dobbiamo farci irretire di
falsi rottamatori che perseguono strategie trasformistiche: fingere di cambiare
tutto per non cambiare nulla. La rottamazione figlia del demolizionismo si
fonda sul deciso superamento della struttura di potere dominante, sulla
capacità di insorgere dal basso per rivoluzionare il sistema di valori che si è
imposto negli ultimi decenni. Solo chi aderirà a questa profonda rivoluzione
culturale avrà le carte in regola per potersi definire autentico rottamatore e quindi
autentico riformatore.
Resta a questo punto da confrontarsi e da
chiarire il complesso di valori su cui fondare la ricostruzione, senza
dimenticare la ‘missione’ che deve essere di ognuno di noi, di ben operare nel
presente in modo da evitare che la capitolazione del sistema finanziario,
quando avverrà, si abbatta su una società impreparata che rischia di trovarsi attonita ed inerme tra
grandi cumuli di macerie.
E’ la grande utopia Edenamista che si
propone, nella ricerca di un piccolo Eden terreno, di costruire una zattera di
salvezza sulla quale rifugiarsi nelle fasi inevitabilmente dolorose e
traumatiche del cambiamento. Da quel piccolo Eden potranno però germogliare i
presupposti, intesi come valori condivisi, per una rinascita e per la
ricostruzione verso una nuova fase stabile ancor più duratura e di progresso
rispetto a quella trascorsa.
La sfida quindi è sempre la stessa:
ritrovarsi attorno ad una matrice comune di ideali, di identità e di virtù
sulle quali non derogare perché inevitabilmente costituiranno i punti di
riferimento nella turbolenta fase di cambiamento che per sua natura non è del
tutto gestibile. Questa sfida è stata raccolta da L’insorgente che, nell’ambito
del proprio progetto editoriale ha proprio l’obiettivo di connotarsi come punto
di riferimento per un confronto su questi temi, andando a contribuire
attivamente alla costruzione di una rete di consapevolezza e di confronto che
diventerà la struttura indispensabile per la riedificazione di una società
mutilata dalla deriva di un sistema capitalista degenerato nell’affarismo e
nelle clientele. Per questo il progetto de L’insorgente presuppone, per la sua
riuscita, la massima partecipazione. Per questo il sito, le mail e soprattutto
Twitter e Facebook, oltre ai blog degli autori degli articoli, destinati a
diventare i collettori di idee e di opinioni da veicolare sul periodico ogni
due settimane.
In tutto ciò capiamo come, parlando tanto
di demolizione e di rottamazione, non si possa che posizionarsi anzitempo entro
una dimensione propositiva di ricostruzione e di rinascita.
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